I Field Music, band progressive pop di Newcastle attiva da oltre vent'anni, hanno annunciato ieri in un post Facebook di aver avviato una tribute band dei Doors, chiamata The Fire Doors. La notizia è arrivata in un breve messaggio pubblicato con tono ironico e diretto, in cui la band confermava le voci circolate tra i fan e invitava chi apprezza la loro “nerdaggine” musicale a seguirli in questo nuovo progetto:
In seguito, rispondendo all’osservazione di un lettore che domandava apertamente il senso di questa scelta, la band dei fratelli David e Peter Brewis ha pubblicato con la firma di David un secondo, lungo post offrendo un’articolata riflessione sullo stato dell’industria musicale e sui motivi che hanno portato a questa decisione.
«La prima parte della risposta è la più semplice. Perché lo facciamo? Guadagnarsi da vivere con la nostra musica originale è diventato sempre più difficile. Abbiamo bisogno di altre fonti di reddito. Abbiamo molte competenze musicali. Amiamo i Doors. Siamo diventati musicisti imparando a suonare questa roba da ragazzini. Molti locali propongono tribute band. Molte persone vanno a vedere le tribute band. Pensiamo di poter essere davvero, davvero maledettamente bravi a farlo. Facendo magari uno show al mese possiamo colmare un buco nelle nostre finanze disastrose.»
L'analisi si sviluppa poi considerando l’evoluzione del sistema musicale contemporaneo. Il passaggio dalla vendita fisica allo streaming - sintetizza la band - ha cancellato una quota rilevante di introiti, in particolare quelli generati dall’ascolto occasionale.
«Perché è diventato difficile guadagnarsi da vivere con musica originale? Beh, per cominciare, è sempre stato difficile. Ma dove prima vedevamo molti acquisti occasionali di dischi [...] ora abbiamo una cultura dello streaming in cui l’ascoltatore occasionale ottiene la stessa esperienza senza buttare via quei soldi (che, senza volerlo, sovvenzionavano migliaia di artisti più piccoli).
Lo streaming concentra attenzione e denaro in cima — la classe media dei produttori musicali o lotta per arrivare al tavolo principale (facendo musica che si adatta al paradigma dello streaming) o si trova un vero lavoro.»
Un altro nodo riguarda la valorizzazione delle competenze. Dopo oltre trent’anni di attività musicale — come strumentisti, arrangiatori, produttori e bandleader — i membri della band si trovano spesso a impiegare queste abilità in progetti su commissione con compensi poco sostenibili.
Sul piano personale, i Field Music rivendicano una coerenza artistica che ha però ridotto progressivamente la loro visibilità:
«Nel nostro caso particolare, sono vent’anni che facciamo rigorosamente la musica che vogliamo fare senza alcuna considerazione per ciò che potrebbe essere popolare. Senza un hit da dancefloor indie non possiamo accedere al circuito del revival [...], e senza alcun elemento di novità (oh, un altro album dei Field Music che riflette sul passare del tempo, la memoria, l’ansia e la delusione. Che sorpresa!), senza rientrare in nessun genere facilmente playlistabile, siamo passati silenziosamente all’irrilevanza contemporanea, nonostante scriviamo nuovi brani e facciamo nuovi dischi che, senza falsa modestia, sono validi quanto o più di qualsiasi cosa abbiamo fatto prima.»
La scelta di suonare i Doors non è casuale: si tratta del repertorio con cui la band ha mosso i primi passi.
“Abbiamo cominciato a suonare nei pub negli anni ’90 proprio con le canzoni dei Doors. Eravamo bambini che prendevano quella musica molto sul serio. Tornavamo a casa e ci analizzavamo le esecuzioni bevendo birre da supermercato. Esattamente come facciamo adesso.”
Nel finale del post emerge anche un confronto tra il ruolo dell’arte e quello dell’intrattenimento, in particolare nel rapporto con il pubblico:
«Perché la gente va a vedere le tribute band? Perché vuole essere intrattenuta! Nel bene e nel male, non siamo stati intrattenitori da quando suonavamo (ovviamente canzoni dei Doors) in giro per i pub a metà anni Novanta. [...] Tornavamo a casa dopo i concerti e analizzavamo i nostri errori bevendo birre del supermercato, quasi esattamente come facciamo adesso.
Da quando abbiamo iniziato a scrivere la nostra musica, l’abbiamo sempre trattata — e presentata — come arte, mai come puro intrattenimento. Non sorprende che siamo un progetto di nicchia. [...] Forse possiamo lasciarci un po’ andare (e provare anche un po’ di gioia) suonando con cura e rispetto la musica di qualcun altro, semplicemente per intrattenere il pubblico.»
Per i Field Music, l’attività come tribute band rappresenta quindi una forma di sostenibilità, ma anche un possibile spazio di leggerezza e condivisione, senza abbandonare il proprio percorso creativo:
In altre parole, i Field Music non annunciano un'interruzione del proprio lavoro di scrittura e registrazione, ma anzi indicano che questa attività parallela dovrebbe permettere loro di sostenerlo. Una strada che ci si deve aspettare possa essere percorsa in futuro anche da altre formazioni indipendenti?“Qualsiasi imbarazzo nel farlo si è dissolto. Perché dovrei vergognarmi di dedicare parte del mio tempo a musica che amo, suonata con persone che amo, con la stessa passione e cura che mettiamo in tutto il resto, e farlo per avere ancora il tempo per fare la nostra musica [...]?”