Bruce Springsteen: la scaletta del concerto di Milano del 30 giugno. Tanti classici e attacchi a Trump: ecco come è andata la prima serata a San Siro

01-07-2025
Ha infiammato ancora una volta i sessantamila di San Siro, Bruce Springsteen, protagonista ieri della prima delle due date italiane del suo tour. A 40 anni dallo storico primo concerto a Milano, il Boss ha messo in scena non solo un concerto, ma un vero un comizio rock, un’accusa frontale all’America di Trump, definita “corrotta, traditrice e incompetente”. Al suo fianco il recuperato chitarrista Little Steven, rientrato in tour dopo l'operazione all'appendicite, e la E Street Band.
Springsteen ha aperto con “No Surrender” da “Born In The U.S.A.”, album del 1984, l'anno prima del suo primo show al Meazza. Ma non è stata solo la nostalgia a caratterizzare lo show: Bruce, infatti, guarda quantomai al presente. “Stasera vi chiediamo di sostenere la democrazia, di alzarvi e far sentire la vostra voce contro l’autoritarismo”, ha dichiarato. E poi: “Benvenuti nel tour della terra della speranza e dei sogni”, che mostra “il potere giusto dell’arte, della musica, del rock and roll in tempi pericolosi”, prima di intonare “The Land of Hope And Dreams”.
A seguire, “Rainmaker”, metafora del leader demagogo, e poi “Atlantic City”. Con “The Promised Land” il Boss ha sfoderato l’armonica, scendendo tra il pubblico e facendolo cantare. “Hungry Heart” è stata affidata direttamente agli spettatori, mentre lui incitava dalle retrovie. Poi è stata la volta di “The River”, struggente title track dell'album del 1980.

Nonostante il caldo, Bruce ha retto senza cedimenti, anche nella parte più intensa del set: da “Youngstown”, tratta da “The Ghost of Tom Joad”, a “Long Walk Home”, definita “una preghiera per il mio paese”. “Tra la democrazia e l’autoritarismo ci siamo noi”, ha gridato, prima di eseguire “House Of A Thousand Guitars”, attaccando il “clown criminale che ha rubato il trono”.
Con la mano sul cuore, è passato a “My City Of Ruins”, preceduta da un nuovo j’accuse: “Ho sempre cercato di essere un buon ambasciatore per l’America, ma stanno accadendo cose troppo gravi per essere ignorate”: persecuzioni contro la libertà di parola, tagli alle università indipendenti, sfruttamento dei poveri, alleanze con dittatori. “La maggioranza dei rappresentanti eletti ha fallito nel proteggere gli americani da un governo corrotto”, ha sottolineato, prima di concludere con un messaggio di speranza, citando James Baldwin: “In questo mondo non c’è tutta l’umanità che si vorrebbe, ma ce n’è abbastanza”.
Finale trascinante con “Because the Night”, “Wrecking Ball”, “Badlands” e “Thunder Road”, a chiudere lo show ufficiale. Ma il Boss è re dei bis. Ecco allora, in rapida sequenza, “Born In The U.S.A.”, “Born To Run”, “Bobby Jean”, “Dancing In The Dark”, “10th Avenue Freeze-Out”, la rituale “Twist and Shout”, fino alla chiusura con “Chimneys of Freedom”. 

Ecco la scaletta integrale eseguita nella prima delle due date milanesi da Bruce Springsteen a San Siro. Replica il 3 luglio.
  • No Surrender
  • My Love Will Not Let You Down
  • Land of Hope and Dreams
  • Death to My Hometown
  • Lonesome Day
  • Rainmaker
  • Atlantic City
  • The Promised Land
  • Hungry Heart
  • The River
  • Youngstown
  • Murder Incorporated
  • Long Walk Home
  • House of a Thousand Guitars
  • My City of Ruins
  • I'm on Fire
  • Because the Night (Patti Smith Group cover)
  • Wrecking Ball
  • The Rising
  • Badlands
  • Thunder RoadBorn in the U.S.A.
  • Born to Run
  • Bobby Jean
  • Dancing in the Dark (...followed by Band introductions...The Legendary E Street Band!)
  • Tenth Avenue Freeze-Out
  • Twist and Shout (The Top Notes cover)
  • Chimes of Freedom (Bob Dylan cover)

Ma il Boss continua a riservare sorprese anche sul fronte discografico. Dopo decenni di silenzio, infatti, Bruce Springsteen è pronto a spalancare le porte del suo archivio più segreto con "Tracks II", una monumentale raccolta di sette album "perduti" che vedrà la luce questo venerdì. Non si tratta di semplici rarità o scarti di lavorazione, ma di veri e propri progetti discografici completi, mixati, masterizzati e poi inspiegabilmente abbandonati nelle cassaforti della leggenda del rock americano. Ottantatré tracce totali, di cui 74 completamente inedite. Un corpus musicale che abbraccia un arco temporale che va dal 1983 al 2018, testimoniando l'inesauribile creatività di un artista che, anche nei suoi momenti di apparente silenzio, non ha mai smesso di esplorare nuovi territori sonori. Dal lo-fi più sporco al country più autentico, dal retro-pop nostalgico alle sperimentazioni sintetiche, fino ad arrivare alle suggestioni mariachi e agli arrangiamenti orchestrali: Springsteen si rivela ancora una volta un musicista senza confini.

La genesi di questo progetto affonda le radici nei mesi più bui della pandemia. Mentre negoziava con Sony la cessione del suo catalogo per la cifra monstre di 550 milioni di dollari, Bruce ha iniziato a scavare negli archivi, riscoprendo tesori dimenticati. "Un disco è esattamente ciò che dice di essere: una testimonianza di chi sei e di dove ti trovavi in quel momento della tua vita", confessa il 75enne cantautore del New Jersey, rivelando quella vena introspettiva che caratterizza questa fase della sua carriera.
"L.A. Garage Sessions '83" apre la raccolta con il fascino grezzo del lo-fi casalingo: Bruce solo con una drum machine nella sua casa di Hollywood Hills, in una dimensione intima e sperimentale che i fan più devoti già conoscono in parte.
"Streets of Philadelphia Sessions" ci riporta all'epoca dell'Oscar vinto per la colonna sonora di "Philadelphia", esplorando le sessioni che hanno dato vita a uno dei suoi brani più toccanti.
"Somewhere North of Nashville" e "Inyo" (quest'ultimo con una band mariachi) documentano le incursioni del Boss in territori country e world music, mentre Twilight Hours rivela un Springsteen in versione crooner alla Burt Bacharach, con arrangiamenti orchestrali di rara eleganza.
"Faithless" rappresenta forse il capitolo più misterioso: una colonna sonora per un "western spirituale" mai realizzato, che lascia immaginare quale direzione cinematografica avrebbe potuto prendere la carriera del Boss.
Chiude "Perfect World", una collezione di brani rock che spazia dagli anni '90 fino a un decennio fa, pensata per soddisfare le aspettative dei fan più tradizionalisti. Tra questi spicca "Rain in the River", definita dal New York Times come una "travolgente murder ballad" che contiene alcune delle vocalità più primitive e istintive dell'intero repertorio springsteeniano.

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