Tra i maestri della canzone italiana non sono mai mancate rivalità e diffidenze reciproche, se non, in alcuni casi, aperte ostilità.
Roberto Vecchioni, però, ha aggiunto un nuovo capitolo alla storia. Intriso di una invidia così irrefrenabile da spingerlo a un gesto estremo.
"Molti anni fa - ha raccontato il cantautore milanese - ho lanciato un disco di
Francesco De Gregori dalla finestra. Per invidia". La confessione inattesa è arrivata nel corso di una intervista a "La versione di Andrea", il programma radiofonico condotto da Andrea Delogu.
Nel corso del colloquio, il cantautore e scrittore milanese, 82 anni, ha ripercorso con tono franco i legami con alcuni protagonisti della musica italiana. Parla dell’amicizia con
Francesco Guccini e con
Lucio Dalla, ricordando col sorriso una battuta ricorrente di quest’ultimo: "Roberto, sei bravo, scrivi cose bellissime… solo che non si capisce un ca**o!".
L’aneddoto su De Gregori, ammette, risale a un periodo turbolento. "Non ricordo se fosse '
Rimmel' o addirittura '
Bufalo Bill', ma appena l’ho ascoltato ho preso il disco e l’ho buttato giù dalla finestra. Ero un po’ fuori di testa, ai tempi capitava anche che bevessi troppo. È successo tanto tempo fa, poi ho smesso con certe follie. Ma sì, lo ammetto: l’ho fatto per invidia. Un sentimento che non dovrebbe esserci, ma quando si è giovani capita. Poi col tempo passa. In quel momento avevo realizzato che un cantautore era riuscito a creare una lingua nuova, a comunicare qualcosa che nessuno prima di lui sapeva esprimere. E mi sono chiesto: ‘Perché non ci sono arrivato io?’. Oggi, una cosa del genere non la farei mai. Amo Francesco De Gregori: è un punto di riferimento nella musica italiana, perché ne ha rivoluzionato il linguaggio".
Vecchioni non ha mai nascosto questa stima, tanto da dedicare all’autore romano un saggio accademico: "Il linguaggio in canzone e la rivoluzione lessicale, formale e tematica di Francesco De Gregori", dispensa per il corso di "Forme della poesia per musica" all’Università di Torino (Dams, a.a. 2002-2003). Qui descrive la scrittura di De Gregori come "criptopopolare": "un linguaggio apparentemente colto, esteticamente ricercato, non immediato, ma con lo stesso obiettivo del ‘popolare’: cogliere, attraverso simboli e astrazioni, il senso dell’uomo, della vita, delle cose". Ciò che conta, sottolinea Vecchioni, non è la presunta oscurità, ma l’effetto sull’ascoltatore. "“Il linguaggio transmediale – precisa Vecchioni - non permette a chi ascolta di sentire alla sfuggita e immagazzinare una facile, riconosciuta sensazione paragonabile al proprio filtro della memoria. No. Ti incatena alla tua immensità di sensazioni, costringe la tua anima, se sta attenta, a passare da uno stimolo, da un pungolo all’altro e riconoscerti in quel che sei e fai: ricostruisce dal niente la tua persona e te la mette davanti. De Gregori non scatta una foto diretta, nella quale rivedi ad esempio un volto amato e basta. Gran cosa anche questa sì, ma limitativa. Nella sua foto il volto c’è e non c’è, o muta o cambia a seconda di come quelle foto le pieghi o le giri. [...] La parola, la figura di pensiero, la frase comunicante non è monosenso: non corrisponde a un solo frettoloso rinvio a un unico altrettanto frettoloso sentire: spazia, allarga, ti consegna una mappa, ti collega ad altre mappe vicine e lontane, non chiude il circuito, lo apre e a tuo piacimento fin che vuoi. ‘Evocare’ è il verbo esatto per questa maniera di comunicare. [...] Chi non è abituato (per cultura, assenteismo, pigrizia, noia, ignoranza) a evocare resta al palo, si confonde col già detto, gira intorno a sé e si mangia la coda. Il meccanismo dell’evocazione presenta uno sproposito di libertà; si può perfino uscire dalla canzone e andar via per fatti propri (penso a Carroll in ‘Alice’). Per saper evocare negli altri è indispensabile un gran dono naturale e la naturale inclinazione a non fermarsi mai al primo significato delle cose. Evocare negli altri è magia, magia benefica. Chi degli altri, di quelli che ascoltano, leggono, sa cogliere come in un codice, in un libro di arcani (semplici in verità) i segni su cui spaziare di fantasia sa anche cosa significa essere uomo a 360 gradi”.
Sempre secondo Vecchioni, il Principe non fa concessioni a un lirismo meramente intellettualistico, svincolato dalla realtà. Immerge le sue canzoni nel sostrato sociale e politico. Riproduce sentimenti e situazioni in cui ognuno si può rispecchiare. Appassiona ed emoziona. È dunque secondario che lo faccia ricorrendo a immagini evocative, traslate, o persino al “non detto” piuttosto che a chiare lettere. Semmai, la difficoltà va ricercata in un utilizzo “sonico” dei versi che intreccia intimamente parola ed espressione musicale. Ancora Vecchioni: “I suoi verbi, sostantivi, aggettivi sono del tutto comprensibili, ‘mediali’, non esiste ricerca del raro o prezioso. Se mai è il modo di unirli che costituisce la grande novità perché inusitato, incalcolabile, anche se a ben leggere comunque logico. De Gregori non si preoccupa di usare iati, sfalsature tra note e sillabe o ripetizioni, se gli servono, e vede con gli occhi di un ragazzo, di un giovane, senza artifici metrici. La melodia, per quanto scarsa, qua e là nervosa, è di primaria importanza, il testo non la prevarica più del dovuto. Ognuno di questi testi letto senza musica è orfano, non basta a se stesso, come avviene invece in poesia. Infine De Gregori, a sua maniera, è chiaro, discorsivo, reale, col velo simbolico che usa qua e là non si sogna nemmeno di replicare l’incomprensibilità del mondo (Montale, Campana), ma di attenuare l’inespressività, la retoricità e la durezza di un linguaggio totalmente realistico, per cose in fondo così minime”. Insomma, non è il linguaggio a risultare oscuro, bensì spesso il significato, strettamente connesso alla circostanza per la quale è stato composto il testo".
Un rapporto di affinità elettive e di stima (reciproca), dunque, tra due indiscussi baluardi della canzone italiana. Un'ammirazione che - almeno in un'occasione - è arrivata addirittura a sconfinare in una incontenibile invidia.