Sono passati ben dodici anni dagli esordi dei Merope, una band multietnica formata da ben cinque elementi, attualmente ridotta a soli due membri dopo l’abbandono del bassista francese Jean Christophe Bonnafous, del percussionista spagnolo Miguel Hiroshi e dell’altro bassista tedesco/brasiliano Marcello Windolph.
Con il passar del tempo Indre Jurgeleviciute (Lituania – voce,
kankles) e Bert Cools (Belgio – chitarra ed effetti) hanno cristallizzato la loro formula ambient-folk lasciando fluire le armonie e le soluzioni vocali della tradizione lituana in un mosaico sonoro sempre più ambizioso, dove l’unico elemento comune resta il profondo e spirituale dialogo tra uomo e natura.
Il quinto album dei Merope è il primo progetto nel quale prevale materiale inedito. Sono infatti solo due le composizioni che nascono da rielaborazione di canti tradizionali. L’attitudine sperimentale del nuovo progetto è consolidata dalla presenza di un interessante numero di ospiti -
Bill Frisell, Shahzad Ismaily,
Laraaji – che contribuiscono a definire ulteriormente le peculiarità folk-noir del duo.
La musica di “Véjula” è come una carezza, inafferrabile nella sua dimensione quasi eterea, dove bellezza e inquietudine vanno a braccetto. In questo onirico spazio naturale, il suono dei synth scorre con delicata malinconia, ma nonostante gli arpeggi cristallini e l’intreccio di voci angeliche, cetre e sintetizzatori del primo brano “Koumu Lil”, nulla di quel che accade in seguito è prevedibile.
E’ un elegante arazzo sonoro, quello dei Merope, fregiato dall’inconfondibile tocco della chitarra elettrica di Bill Frisell in “Lopšinė”, dal passo felpato del basso di Ismaily e dai riflessi cangianti dei synth di
Laraaji in “Namopi”, ma soprattutto dal sorprendente ingresso di percussioni e pietre suonanti che Toma Gouband agita delicatamente nella mistica danza di voci e suoni simili a un carillon di “Spindulė”.
Avvolgente e surreale, l’album dei Merope offre più spunti di quanto si possa immaginare. L’irreale giga di “Vija” e l’inquieta e più oscura pagina sperimentale ed elettronica di “O Underhill” sono i due confini entro i quali si evolve “Véjula”, con un’interessante fuga verso sorprendenti campionamenti di voce e tappeti di
drone music dove regna l’ignoto e l’indefinito (“Aglala”), oltre a una suggestiva e geniale pagina di
field-music dove synth e strumenti tradizionali si fondono delicatamente (“Rana”), con una musicalità tanto colta quanto autentica che rende alfine unica la musica dei Merope.