Confesso di trovarmi di fronte a un bivio, a un dilemma quasi esistenziale: sono passati tre mesi da quando “Domestic Sacraments” è entrato di nascosto tra i miei ascolti più viscerali e intensi, ma non trovo le parole per poter descriverne la toccante e stridente potenza art-pop. Dell’abilità del duo irlandese nell’esplorare forme d’arte musicale intime ed emotivamente ardue avevamo già parlato cinque anni fa, in concomitanza con l’uscita del primo album “Luxury Mass”, e sono altresì ancora validi i riferimenti a Scott Walker, David Sylvian e Mark Hollis, e non me voglia qualcuno se aggiungo solo ora il nome di Peter Hammill. Il vero elemento di novità del nuovo disco degli Ex-Isles risiede nell’inconsueta capacità di sorprendere e catturare l’attenzione senza alcun apparente cambio di rotta o innovazione stilistica: è sufficiente superare l’impatto emotivo che induce alle già esposte analogie per scoprire che dietro i nove tasselli di “Domestic Sacraments” si nasconde una complessità di elementi che sconcerta e induce a ulteriori analisi e riflessioni.
Inaspettatamente affiora un filo rosso che tiene uniti i pur screziati e taglienti testi, frutto di importanti e scrupolose analisi dell’impatto della civiltà consumistica sull’animo umano, nonché sulla labilità di quel confine che separa la consapevolezza dalla follia. Una riflessione che si traduce in un continuo alternarsi di fluide armonie e screpolature urticanti, al punto da rendere vano l’interrogativo finale che ogni lettore si aspetta da una recensione: è un bel disco o è un inutile esercizio di stile? “Domestic Sacraments” è per fortuna molto più di questo, un album in cui il cantante Pete Devlin canta, interpreta e scandisce con un’abilità quasi teatrale i testi scritti da Jamie Thompson, spesso sorretto dal tono aulico e algido del pianoforte e da intrecci armonici e strumentali che raramente suonano prevedibili.
L’avant-pop degli Ex-Isles non è mai inopportunamente cerebrale, ci sono bagliori pop che con un lieve crescendo armonico e un inatteso intervento del sax rievocano alcune delle pagine più intense degli anni 80 e 90, come nella fulgida “The Smallest Plot Of Land”, ed è altresì raggiante quando il duo tenta di introdurre piacevoli ritornelli nell’intrigante e quasi operistica “Theatre”.
Gli abbondanti due minuti della prima traccia “Do We Call This Home?” profumano di Scott Walker era-Jacques Brel. Sul fronte opposto, gli abbondanti dieci minuti di “A Mechanism Of Release” sono più inclini alle pulsioni sperimentali di album come “Tilt” o del primo “Mark Hollis”, nel lungo divagare della mini-suite gli Ex-Isles si dilettano con eleganti ritagli art-pop che si incastrano e si contrappongono, creando ulteriore scompiglio nell’ascoltatore, frustrato dall’alternarsi di accenni melodici alla Neil Hannon, corpi strumentali pop-jazz e fughe oniriche in preda al tormento e all’estasi: sublime.
Raffinate dissonanze e intuizioni armoniche reggono le fila anche dei brani più soavi (“(After) Deaf Republic”), a volte alterando la materia sonora fino a scomporla e ricomporla in forme inedite nelle quali drone music e neoclassica si sposano e generano nuova prole (“The Gnashing Ends ”).
La musica degli Ex-Isles non è aliena né sconcertante. Ciò che turba è la realtà che i due musicisti irlandesi descrivono nei sempre taglienti testi, che meriterebbero una recensione a parte. Non c’è in verità altra maniera per poter esprimere il profondo disagio dell’uomo moderno al cospetto della dittatura tecnologica e finanziaria che non sia quella dell’inutile e disperata invocazione con graffi e suoni di sax e canto travagliato della rabbiosa “Your Violence” o della rassegnata chiosa finale di “Tender Rites”. In questo contrasto finale, tra collera e dolcezza, è racchiuso l’enigma di “Domestic Sacraments”. Ma non restate in attesa di risposta: la resa è l’unica fonte di sopravvivenza, o se amate i moderni neologismi, di resilienza.
Qualunque sia il responso che scaturirà dall’ascolto, siate consapevoli che gli Ex-Isles hanno scritto una delle pagine più belle degli ultimi anni.