L’omonimo album di Keel Her, al secolo Rose Keeler-Schäffeler, arriva dopo anni di pubblicazioni in pieno stile DIY, testimoniate dai vari
account Bandcamp e
Soundcloud dell’artista, che le avevano permesso di raggiungere una certa notorietà nel circuito del pop indipendente inglese, attirando l’attenzione anche della leggenda
lo-fi americana R. Stevie Moore.
L’uscita per Critical Heights serve più che altro per fare il punto e mettere un po’ d’ordine in questo
pastiche della prolifica artista con base a Brighton. Dunque non un album concepito come tale, ma più una raccolta sconnessa, inclusi due remix, di ciò che Keel Her ha realizzato finora. Ottimo per un primo approccio all’opera a bassa fedeltà della Keeler-Schäffeler, meno in termini di coesione.
Il disco è infatti un collage di vignette dove la voce di Rose, spesso e volentieri indecifrabile sommersa com’è da strati su strati di riverbero, racconta in modo piuttosto onesto - “(I Hate It) When You Look At Me” - la sua vita da riluttante popstar indipendente. Si passa da sassate punk (“Wanna Fuck?”) a momenti maggiormente melodici, ma pur sempre dotati di gran tiro, come dimostrato dal trascinante singolo “Don’t Look At Me”.
Keel Her dà il meglio quando riesce a seguire il solco tracciato da gente come
Beat Happening (prima) e
Best Coast (dopo), coniugando orecchiabilità e ruvidezza: il
riff di “Go”, le chitarre
jingle-jangle dell’altro singolo “Riot Grrrl” sono lì a testimoniarlo. Non è solo una questione di ritmo: anche quando quest’ultimo si abbassa, l’artista inglese è capace di sfoderare più frecce dal proprio arco, sfruttando i synth per mitigare la tristezza di certi passaggi nel testo (“Roswell”) e salvarsi da una altrimenti ovvia banalità compositiva (“Pussywhipped”).
La decisione di non scendere a compromessi e restare sempre fedeli al proprio immaginario è croce e delizia dell’intero Lp: se da un lato ciò permette di apprezzare al massimo l’attitudine genuina di Kell Her, dall’altro si scopre a più di una critica per quel che concerne certi brani assimilabili più a bozzetti incompleti che a canzoni finite e ad alcune soluzioni in fase di (non) produzione, con la Keeler-Schäffeler che si ritrova ad annaspare nella palude riverberata da lei stessa creata.
Tutto sommato, gli elementi positivi superano quelli negativi, regalandoci un buona collezione di brani per l’imminente primavera, da ascoltare rigorosamente in una giornata di sole su un vecchio mangianastri.