Come in una sorta di ritorno al passato, quando contavano più le canzoni che i dischi, oggi più che mai il valore degli album presi nella loro interezza sembra messo in secondo piano (grazie o per colpa del web e dei formati compressi e di dubbia qualità) anche per motivi legati alla frenesia dello sviluppo socio-tecnologico musicale. Sembra sempre meno il tempo da poter dedicare alla musica, all’ascolto che vada oltre l’istantaneità della melodia e in quest’ottica, la realizzazione di un concept-album suona come una sfida persa in partenza. Sfida dalla quale però non si è tirato indietro il duo Dexter Tortoriello e Megan Messina, in arte Houses.
Passata alla Downtown Records, la coppia (anche nella vita) originaria di Chicago ha messo solo parzialmente da parte lo spirito antiprogressista di “All Night” (esordio del 2010) per scegliere la formula del concept e narrare la passione dentro la storia di una coppia separata da un olocausto nucleare che cerca di riunirsi.
Una favola post-moderna che racconta dell’amore e della disperazione di un uomo e una donna, divisi dalla follia del genere umano e che attraverso le case dell’Highway 10 in California cercano di riabbracciarsi.
Certamente affascinante il punto di partenza dal quale muove la nuova proposta degli Houses, cosi come intrigante è la scelta di registrare i brani nei luoghi, nelle “case”, nelle fotografie e nei paesaggi raccontati dalle parole di Tortoriello. Tuttavia, queste scelte così ammalianti non hanno un corrispettivo altrettanto determinato in quello che è il cuore dell’opera, la parte che più ci interessa, e cioè la musica.
Il delicato dream-pop che si snoda negli undici pezzi di “A Quiet Darkness” è in realtà un continuo ripetersi, avvolgersi in se stesso come se le canzoni, le note ariose e le parole sussurrate fossero un reiterato alternarsi di punti di vista sonori differenti ma della stessa scena.
Come l’illusione di mostrarti qualcosa di nuovo quando l’oggetto è sempre lo stesso e diversa è solo la posizione dell’osservatore. Pur basandosi evidentemente sulla melodia (viste le citate sonorità dreamy) e sulla vocalità di Tortoriello, il disco è privo di pezzi compiutamente felici in quest’ottica, immediati, capaci di colpire subito al cuore, far innamorare e sognare senza la necessità di usare troppo la mente per scavare nelle profondità del suono. Solo pochi brani hanno questa qualità, come l’iniziale “Beginnings” che quasi ricalca i National più chamber-pop, mentre numerosi sono gli episodi nei quali la matrice ambient è più forte (“Smoke Signals”, “The Bloom”) e l’impressione è di dover passare più volte su quegli stessi lidi per godere appieno delle atmosfere degli Houses. Maggiore consistenza alla voce di Tortoriello è data dalla presenza della consorte che, in alcuni brani (“Beginnings”, “Smoke Signals”) riesce a evocare con le sue corde vocali, eterei, surreali e onirici paesaggi sonici in stile Julee Cruise.
Uno dei problemi principali di questo disco è che non solo il suo essere monotono è evidenziato dalla scarsa caratterizzazione dei pezzi e dalla difficoltà di riconoscerne l’unicità dei singoli rispetto all’insieme, ma anche dal fatto che i brani presi nella loro singolarità, presentano all’interno una linea ritmica e melodica che resta esattamente sulla stessa lunghezza d’onda dall’inizio alla fine (fortunatamente i pezzi non vanno oltre i sette minuti scarsi) e a nulla servono in realtà gli inserti sintetici volti evidentemente nelle intenzioni a dare corposità al sound di “A Quiet Darkness”.
Se la musica degli Houses cerca nell’empatia canora del suo vocalist la forza, c’è da dire che la scelta è sbagliata a priori. Come timbrica e stile, Tortoriello è certamente gradevole a un orecchio sobrio, ma non piace in realtà il suo essere tristemente castigato e quella sorta d’imitazione, voluta o meno, del Chris Martin (Coldplay) più introspettivo, alla ricerca di un pop facile ma fin troppo pudico (“Carrion”, “Tenderly”, “A Quiet Darkness”). Se l’utilizzo del synth finisce per essere inutile oltre che inopportuno nei brani e nelle parentesi più popular, ben più indovinata è la sua presenza nei giocosi passaggi strumentali (“The Tired Moon”) e nei pezzi dove il dream-pop sposa alcune briciole glitch-pop (“The Beauty Surrounds”, “Big Light”, “Peasants”, “What We Lost”) finendo per suonare come le parti più interessanti e apprezzabili.
Gli Houses volevano raccontare una storia, ma forse hanno preso un soggetto troppo grande per loro, perché le emozioni che possono accompagnare due innamorati, in cerca l’uno dell’altro, all’alba di un disastro nucleare, vanno ben oltre la sconsolata mestizia trasmessa dal disco.
“A Quiet Darkness” è come un malinconico romanzo nel quale lo stesso paragrafo è ripetuto fino alla fine, per tutte le sue tremila e quattrocentoventicinque pagine lunghe ognuna un secondo.