Chi sa che effetto fa agli Inca Babies ad essere sistematicamente associati da quasi trent'anni al nome dei
Bad Seeds (e
Birthday Party prima) e a quello dei
Cramps? Chi sa che effetto farà leggere recesioni come questa, ma con una valutazione falsata sicuramente per eccesso, con la consapevolezza di quanto la prematura morte di Bill Marten abbia influenzato questa insensata
captatio benevolentiae? Probabilmente non un granché come sensazione, una di quelle per le quali è assai meglio sorvolare, ma le domande vanno poste a Harry Statford, Vince Hunt e Rob Heynes, perseguitati dallo spettro di Nick Ceve e Lux Interior, evocati ogni qual volta si parli del gruppo di Manchester. Mai a torto, oseremmo dire, visto che, sia per timbrica ("Following Jorges"), che per umore ("Sven Hassel v. Billy The Kid") e tematiche ("Monologues Of Madness"), la similitudine è a tratti quasi imbarazzante.
Certo, con una carriera iniziata ormai nel lontano 1983, si potrebbe far appello una complessiva onestà di intenti, ma sicuramente un disco come questo non sarebbe consigliabile per essere preso ad esempio in una qualsivoglia arringa difensiva pro-Inca Babies. L'espressione più vera del lato
dark della cultura musicale universalmente nota, la rappresentazione calligrafica di due dei pochi eroi ancora considerati senza macchia e senza paura. Un
coverizzare impavido dall'uno e dall'altro che trova una boccata d'originalità (involontaria?) soltanto nei sette minuti della toccante "The End Of The Blue". Ma è solo un miraggio, dettato forse dalla struttura più complessa del brano, che svanisce con le rimanenti ultime quattro tracce (nonostante "Slick" risulti essere una gran bella canzone).
D'altronde, considerando le circostanze in cui "Deep Dark Blue" è stato concepito, con la morte di uno dei membri fondatori sul groppone, non c'è da stupirsi che questo possa considerarsi più un disco-tributo a se stessi e perciò autobiografico e autoreferenziale. Glielo concediamo, nella misura in cuì però si possa essere onesti quanto basta per ammettere che i "fasti" di quando la band si esibiva alla Haçienda, sull'incrocio tra Whitworth St. West e Albion St., sono ben lontani.
Da segnalare, infine, uno dei
packaging più brutti di cui si possa avere memoria. Al pari di un
demotape kitsch e mal assemblato tra una birra calda e un'altra di troppo in un'estate torrida a Portopalo di Capo Passero, è forse questo il peggior modo possibile per commemorare il compianto Bill Marten. Quando si dice, anche l'occhio vuole la sua parte.