Lontano dal bizzarro mondo dell’ottimo “
Kasha Iz Topora”, il russo Alexey Devyanin rispolvera la ragione sociale
Gultskra Artikler per immergersi dentro voragini dark-ambient dal sapore oltremondano.
Le voci che si riflettono una dentro l’altra nella
title track, i movimenti astratti e le diafane somministrazioni di Divino di “Solnce”, ma anche la
landscape in rovina, tra echi di musica post-industriale, concretismi surreali e musica sacra di “Nanorobot”: tutto mostra un volto inquietante, intimamente ambiguo, quasi che Devyanin abbia trasferito il suo gusto per il bizzarro tra le viscere della terra o tra gli anfratti siderali, alla ricerca di qualche indizio di alterità sfuggenti.
La musica cosmica è solo un punto di partenza, non la meta da raggiungere. Ci sono in ballo, infatti – pur in un gioco chiaroscurale che non riesce a essere definitivo - tante altre minuzie, come l’arpa sintetica e le reminiscenze Forrest Fang di “Saturn”, la
Fursaxa più metafisica di “Luna” e il sinfonismo enigmatico di “Asteroid”. Il Sacro è una dimensione verso cui l’opera si spinge con grande fervore (“Niti”, “Angel”), ma non è ancora arrivato il tempo della Rivelazione.
Aspettiamo fiduciosi, comunque.