Zingari, rabdomanti di vene folk, equilibristi rock sull’antica via del sale e delle acciughe decantata da Orengo. Far entrare i piemontesi Lou Tapage nei pochi cm quadrati di un cd è cosa ostica, delimitarne la forza contagiante è pura illusione; nell’ambito della musica di tradizione e di rielaborazione di tradizione, il passo e il metodo lo decidono loro. "Que vos lei far" è un disco consistente, carico, pregno di una dulcimerizzata multiformità tarantolata "d’alta montagna" che fa sudare quattro camicie. Il loro repertorio galvanico che mastica catalano, provenzale e occitano - purezze sintetizzate dall’antica langue d’Oc – viene a contatto con le elegie nu-folk contaminate di Irish, rock’n’roll, stilettate metal e dettagli prog, lasciando un ascolto finale di ritualità e innesti fenomenali, che non portano mai a preferire una traccia piuttosto che l’altra.
Quattordici take, risonanze del tempo nel gran mare dei simboli sonici moderni che scandiscono il ballo continuo e fumigante, che ciondola, salta, s’avvinghia e ti molla per deporre – nel finale – la fatica nella santità del vino e della parola. Lou Tapage, "il frastuono" in langue d’Oc, si imbarcano in un viaggio senza rete, senza paletti, osano più in là dove un Lou Dalfin si ferma a respirare; le "porte" della loro comunicazione si spalancano nelle ariosità piroettate dal fiato prog ("Sensa fin", "Cafe Patanu"), nelle sciarade elettriche di saltarello e ska ("Ma chatina", "Le temps des bohemiens", "D’aire"), nell’Irlanda trifogliata ("Toss The Feathers"), lo swing jazz dinoccolato ("Que vos lei far"). Ogni motivo che si incontra gronda di libertà, freschezza, inventiva. Strumenti a corde del passato intrecciano i loro patemi nostalgici con la nerboruta vitalità delle corde elettrificate; e un ricco catalogo di storie, passioni e amori che si rincorrono a perdifiato come tra vallate e vigne, inquadrate alla perfezione di tecnica e virtuosismo che non fa sconti a nessuno.
Tra le righe intersecate tra violini, fisarmoniche, flauti, amplificatori e pedaliere, vivono stati di pausa dolciastri e riflessivi ("Terra i mar", "Le sendrier") e due stupendi asterischi ("Ballo in fa diesis minore" – rivisitazione della "Morte" di Angelo Branduardi) e la versione rocketnicizzata di un lavoro di Madaski ("In nomine"). Con lampi di incredibile eleganza il disco chiude il suo "stravagario" come una finestra chiusa da una ventata inaspettata, e la portata gioiosa e amarona della sua caratterialità d’entroterra non lascia eco o reverbero; c'è solo l’affabulazione di una musica che rimane in circolo, dentro, persa nei mendri di una visione di cantori di Occitania che si scaldavano al fuoco e alle grazie di qualche Madonna Salvata d’Auramala con un jack al posto del rosario.