Candlemass

Candlemass

Epico notturno metallico

di Antonio Silvestri

Attiva dal 1984, la band svedese ha creato un proprio modo di fare heavy-metal, epico e notturno, che ha rinnovato le intuizioni dei Black Sabbath, influenzando una generazione di band doom. Nella sua lunga carriera, ha conosciuto crisi e stravolgimenti, fino ad approdare agli anni Venti del nostro secolo

Introduzione

I'm sitting here alone in darkness, waiting to be free
Lonely and forlorn, I am crying
I long for my time to come, death means just life
Please let me die in solitude
(da “Solitude”) 

Gli svedesi Candlemass, formati a Stoccolma nel 1984 dal bassista Leif Edling, hanno attraversato 7 lustri di storia della musica tenendo fede alla loro estetica gotica, lugubre ed epica. Cosa non da poco, hanno fatto tutto questo raggiungendo discreti risultati commerciali, soprattutto in patria. Come successo ai loro padri, gli adorati Black Sabbath, la lunga carriera è stata segnata da crisi, pause e ripartenze che permettono di raccontarne la storia suddividendola, più o meno naturalmente, in tre capitoli.

Un primo periodo, fra il 1984 e il 1994, è quello in cui hanno gettato le fondamenta del doom-metal epico e gotico, pubblicando 5 album di grande influenza per il genere e portando al pubblico la loro musica attraverso lunghi tour. Questo primo decennio, lo si dice senza voler per questo liquidare il resto della carriera sommariamente, è quello che molto spesso viene preso in considerazione dai testi che parlano di heavy-metal o di doom-metal, alla luce dell’impatto che
Epicus Doomicus Metallicus (’86) e Nightfall (’87) hanno avuto nell’emergente scena di fine decennio. Anche in questa sede, è questo il periodo che inevitabilmente attrarrà la maggior parte delle attenzioni, in quanto quello che giustifica l’importanza della formazione svedese non solo per la loro nicchia stilistica, ma per l’evoluzione dell’heavy-metal in generale. Il secondo periodo, fra il 1997 e il 2002, è segnato da un importante cambiamento nella formazione e soffre di alcune difficoltà nella progettazione degli album. È un periodo di crisi, che conduce inevitabilmente a un nuovo scioglimento. D’altra parte, è un momento fondamentale per l’evoluzione della band, quello che giustifica lo stile del resto della loro carriera. Se i Candlemass avessero avuto fortuna con un nuovo sound in questo breve periodo, probabilmente oggi avremmo nelle orecchie degli album molto differenti. Il terzo e ultimo periodo, iniziato nel 2004 e che prosegue fino a oggi, è quello della sopraggiunta classicità. Disomogeneo nella formazione e nei risultati, è un lungo altalenarsi fra piccoli cambiamenti e rievocazioni del passato. Coincidente, in gran parte, con la generale riduzione del peso dell’heavy-metal in particolare, e del rock in particolare, negli ascolti di giovani e meno giovani di tutto il mondo, quest’ultima fase è soprattutto un modo per alimentare la leggenda che, nel primo periodo, ha trovato origine. E proprio dal 1984, e dalla fredda capitale nordeuropea, iniziamo a raccontare i dettagli di questa lunga candelora.

Capitolo I: l’heavy-metal epico e notturno

Behold the sight of my Golgatha
The gallows enlightened by the moon
Proud of his art are the carpenter
His creation, a tool for my doom
(da “At the Gallows End”)

Il bassista Lif Edling fa parte dei Nemesis ma, quando questi si sciolgono, fonda la propria band, i Candlemass, insieme al cantante Johan Längqvist, al batterista Matz Ekström e ai chitarristi Mats "Mappe" Bjorkman e Klas Bergwall. Nel giro di pochi mesi, vale a dire già nel 1985, arrivano i primi brani e il primo demo, anche se non esiste un vero cantante in pianta stabile. Johan Längqvist sopperisce come può, così da afferrare l’occasione di registrare un vero e proprio esordio nel 1986.

Pubblicato poco prima dell’estate,
Epicus Doomicus Metallicus è in realtà il più gelido e lugubre degli album, imbevuto di una solenne estetica depressiva. Mentre la strada maestra dell’heavy-metal contemporaneo è suonare più veloce, più forte e più bestiale, i Candlemass scelgono di differenziarsi con brani estesi, pachidermici e colloidali, cantati con sfumature operistiche e baritonali. Invece che ispirarsi alle ansie della Guerra Fredda, agli orrori della violenza umana, alle più ripugnanti efferatezze gore, gli svedesi scrivono un rosario di soli sei brani, in cui non filtra un raggio di luce, che riguardano un malessere intimo, profondo, ineluttabile.
Proprio il brano posto in apertura, “Solitude”, è l’ideale manifesto del loro modo di fare musica: una lettera di un suicida, interpretata a mezzo di un maestoso, stentoreo, elegante heavy-metal notturno. Tanto è paradigmatica di tutta la carriera, “Solitude”, che non ha mai fatto soffrire la sua assenza in un singolo concerto della formazione: la prima parte della storia dei Candlemass è, principalmente, l’esplorazione dello stato d’animo di un aspirante suicida. Cosa più sottile da percepire, però, è come il rapporto fra sofferenza e l’autolesionismo estremo sia veicolato dalla formazione. Pur tormentata nelle sue melodie morbose, lugubri e deformate, e pur rimanendo nel complesso asfittica e desolante, questa musica doom-metal epica, come viene definita dal  triviale pseudo-latino del titolo, trasmette l’ambigua sensualità della morte, la sua sfumatura liberatoria e rasserenante. Siamo, dunque, in un mondo totalmente differente rispetto alla morte ultra-violenta, magari a mezzo mitragliatore o bomba nucleare, immaginata e fatta album da altri efferati musicisti coevi.
Il colore dominante di
Epicus Doomicus Metallicus non è il rosso esageratamente brillante del cinema splatter, né quello appena più brunito del “Théâtre du Grand-Guignol”, ma le tinte del grigio, del nero e del seppia. Nella palette emotiva la violenza è solo un tramite, mai la protagonista o il fine ultimo, e le forze della malinconia, della delusione, della nostalgia, dell’apatia sono assai più determinanti, centrali e protagoniste. Gli altri cinque brani declinano lo stesso tragico stato emotivo, lasciandosi tentare da qualche sussulto speed-thrash-metal ("Demons Gate"), un assolo particolarmente esuberante ("Crystal Ball", che contiene una slam-dance da manuale) o la suddivisione in sequenze compositive tipiche del prog-rock ("Black Stone Wielder", "Under The Oak"). La lunga "A Sorcerer's Pledge" cerca, nei suoi 8 minuti, di mettere assieme tutte queste variazioni in un ideale compendio, con persino un passaggio di tastiere thriller.
Inizialmente il responso del pubblico è tiepido, tanto che la piccola etichetta “Black Dragon” rescinde il contratto, scoraggiata dalle vendite assai modeste. 
Neanche a dirlo, questo esordio sarà guardato, in futuro, come una pietra miliare del genere e riedito in più occasioni, con tanto di versioni da collezione, a testimonianza della propria dimensione di oggetto di culto. Formazioni come My Dying Bride, Cathedral e Paradise Lost guarderanno spesso a questi sei brani per trarne ispirazione.

Per niente scoraggiati dall'insoddisfacente responso commerciale, riorganizzati con  Eddie “Messiah” Marcolin alla voce a sostituire Johan Längqvist, e forti di un nuovo contratto con la label “Axis”, i Candlemass ritornano a fine 1987 con Nightfall. Altre modifiche, pur se meno importanti rispetto al cambio di cantante, sono state apportate alla line-up: Jan Lindh è il nuovo batterista e Lars Johansson si aggiunge alle chitarre. Marcolin, però, è il proverbiale pezzo mancante del puzzle, che trasforma questo secondo album nel loro capolavoro gotico. Il suo baritono operistico è l’ideale voce di un heavy-metal lento e lugubre, maestoso e pesante. La sua influenza porta anche la formazione a inserire, in scaletta, un rifacimento della marcia funebre di Chopin, all’insegna di una raffinatezza che su Nightfall è più facile da percepire rispetto a Epicus Doomicus Metallicus.
Accolto con entusiasmo dalla stampa specializzata e dal pubblico, l'album è visto come una sintesi fra l’heavy-metal proto-doom dei Black Sabbath e la nuova era inaugurata dai
Metallica con i primi, eccezionali, album. Diviso in dieci brani, ben quattro dei quali sono brevi strumentali, è una sorta di versione perfezionata dell’esordio e continua a svilupparsi principalmente per composizioni lunghe e tormentate.
Aperto dall'esplosione gotico-operistica di "Gothic Stone", trova in "The Well Of Souls" il nuovo modello compositivo, parimenti gotico, epico e soffocante. Le varie "Codex Gigas", "At The Gallows End" e "Samarithan" ribadiscono l'idea che i Candlemass siano l'estremizzazione dei Black Sabbath, soprattutto quelli affascinati dal progressivo di "Masters Of Reality", alla luce di una sensibilità gotico-decadente molto più pronunciata. Più confuso il thrash-metal operistico di "Dark Are The Veils Of Death", un compromesso con il metal più in voga all'epoca. Tornati in carreggiata con un classico epic-doom-metal come "Bewitched", gli svedesi chiudono riaffermando la loro stabile posizione sul trono dello stile che hanno battezzato.

Ancient Dreams (1988) è invece un terzo album che si configura come una conferma, e poco più. La formazione di Nightfall ritorna e suona lo stesso epic-doom-metal per la quale è stata lodata dagli appassionati, esasperando il lato spettacolare del suo amalgama. Soprattutto Marcolin è spesso ai limiti del più esaltato istrionismo, con punti di contatto con Bruce Dickinson e Rob Halford, e in generale la formazione spinge di più su assoli ("A Cry From The Crypt", "Darkness In Paradise", "Ancient Dreams"), volumi assordanti e sfuriate speed-thrash ("The Bells Of Acheron").
Aggiunta "Mirror Mirror" al catalogo dei classici, poco del resto regge il confronto con i primi due album. L'aspetto più decadente del loro musicare intorno alla disperazione ritorna in "Epistle No. 81". Nella versione su compact-disc arriva persino un
medley dei Black Sabbath, un tributo dovuto ma anche un tipico modo per allungare il brodo.
Il terzo lavoro, che arriva alla posizione 45 della classifica degli album svedese, permette alla band di fare capolino anche nell'omologa
chart statunitense.

Il quarto Lp, Tales Of Creation (1989) già cerca di recuperare il suono degli esordi, con "Dark Reflections", "Into The Unfathomed Tower" (uno speed-metal tutto strumentale!), "Somewhere In Nowhere" e "A Tale Of Creation", che sono rifacimenti di alcuni vecchi brani. "Under The Oak" è semplicemente il pezzo presente nell'esordio, registrato nuovamente con Marcolin. Con canzoni più brevi, che non disdegnano i frangenti più spettacolari, i Candlemass concludono un'ideale tetralogia in cui hanno delineato un loro specifico modo di fare heavy-metal.
Non è da poco il dettaglio che proprio Marcolin, che ha permesso di cristallizzare il loro doom epico in un formato riconoscibile, non parteciperà più ai lavori della band per ben 15 anni; nel 1991, a seguito di un lungo tour fotografato anche in
Live (1990), abbandona la formazione.

Gli altri resistono poco oltre. Pubblicano
Chapter VI (1992), con Thomas Vikström alla voce, ma i risultati commerciali sono modesti e poco dopo la formazione decide di sciogliersi. Il fatto che Edling abbia anche iniziato un progetto parallelo, chiamato Abstrakt Algebra, palesa la necessità della formazione di uscire dalla sostanziale monotonia in cui è rimasta intrappolata.
Anche volendo considerare il lavoro come se appartenesse solo di nome alla storia della band,
Chapter VI ne esce con l'etichetta di un album heavy-metal che mischia doom e scuola inglese, senza reggere il confronto con le spinte alla contaminazione e all'estremizzazione di molte band contemporanee: è un lavoro che appartiene più agli 80 che ai 90.
Nell'Ep
Sjunger Sigge Fürst suonano addirittura demenziali, in una parodia del pop-rock che svilisce francamente tutta la loro credibilità.

È la fine del primo periodo, nella lunga carriera della band svedese. Con Edling impegnato altrove, un cantante assai carismatico uscito dalla formazione e poche nuove idee da sviluppare, dopo 5 album di studio e un documento live, e dopo anni di concerti estenuanti, i Candlemass sembrano giunti al capolinea: l'aspirante suicida di "Solitude" incontra la tanto meditata morte. Almeno, tutto sembrerebbe suggerire che la fine è arrivata,  ma il destino è imprevedibile e quella che sembra una pietra tombale diventa semplicemente una lunga pausa.

Capitolo II: algebra astratta e viaggi spaziali

As the black god arises from the cold of the lake
Figure of smoke, emerald head
Magnificent is the king of the dead
(da “Tot”)

Deluso dal suo nuovo progetto, il bassista e leader dei Candlemass decide di utilizzare alcuni brani destinati originariamente agli Abstrakt Algebra per riformare la band. D'altronde, è l'etichetta “Music For Nations” a chiedere di sfruttare il traino del nome di culto, e la continuità col passato viene ribadita persino dalla copertina, che cita chiaramente l'esordio, con il suo teschio trafitto da una croce.
Il lavoro è, in breve, malnato: iniziato col sound progressivo degli Abstrakt Algebra, è stato rimodulato sul suono epic-doom-metal dei Candlemass. Inoltre, fin troppi musicisti intervengono nelle registrazioni, nel corso di ben 18 mesi di lavoro. Ne esce un ibrido fra il suono classico ("I Still See The Black", "Karthago"), lo stoner-rock ("Wiz") e lo space-rock più allucinato ("Dustflow", "Abstrakt Sun").

Dactylis Glomerata (1998) è quindi una specie di sesto album apocrifo. A differenza del precedente, è calato nella sua epoca, in particolare in quel momento di autoriflessione dell'heavy-metal tipico di fine millennio: una parte tradizione e una contaminazione, un po' alternative e un po' alla moda. Di sicuro la band è a suo agio con i miasmi angoscianti delle nuove leve, che interpreta con efficacia nella tensiva "Apathy", e con il notturno jazzy di "Thirst".

Per chiudere il millennio arriva From The 13th Sun ('99), un album dedicato ai Black Sabbath, considerati dagli svedesi "la più grande band di tutti i tempi". Neanche a dirlo, è un ritorno alle origini e, se possibile, un recupero di fascinazioni blues-rock che mai erano state rese palesi e che ora emergono dopo le parentesi stoner-rock dell'album precedente. Più dell'esordio, è un album che guarda da vicino a quanto composto da Ozzy Osbourne e soci, nei loro primi, memorabili, album. "Tot", per citare un brano rappresentativo per tutti, replica fino alla mera imitazione proprio "Black Sabbath", con le stesse campane e le stesse dinamiche. La modernità si infiltra solo nel suono grasso e terremotante che azzanna qua e là i timpani, per esempio in "Elephant Star", in sostanza, però, una rilettura di "Symptom Of The Universe".

Giunti a un nuovo momento di stasi, gli svedesi fanno il punto di questo secondo capitolo della carriera con
Doomed For Live – Reunion 2002 (2003), con Messiah Marcolin di nuovo alla voce. È una sfilata di classici che ribadisce il lascito della formazione ma che, non di meno, delinea di nuovo la possibilità che la loro carriera sia in dirittura d'arrivo. Ancora una volta, però, la morte affascina la formazione ma non la conquista. Edling intanto si impegna con i Krux, mentre buona parte del catalogo viene pubblicato in versione rimasterizzata. La band riunita fatica a partorire un nuovo album, il degno successore di Tales From Creation e, anzi, finisce per bisticciare. Per due anni, i Candlemass non esistono più.

Capitolo III: morte, magia e leggenda

The stars will drop from the sky
The gods will mourn me and cry
If I ever die
(da “If I Ever Die”)

L'ultimo periodo della band è quello in cui i suoi membri maturano la convinzione di non poter superare i primi album. Si sviluppa su tre lustri abbondanti e, potenzialmente, potrebbe proseguire fino al ritiro dalle scene di Edling. Quando questa fase tre ha inizio, con Candlemass (2005, titolo programmatico), c'è ancora Marcolin alla voce. Abbandonati gli ammiccamenti alt-metal, stoner e psych-rock, viene proposto il loro paradigmatico epic-doom-metal, quasi non fossero passati vent'anni di musica sotto i ponti. Coeso nello stile, forte nella forma di una maturità ormai conclamata, questo ottavo album concede finalmente alla band la chiave per il successo. Arrampicati fino al numero 7 della "Swedish Albums Chart", la più alta posizione raggiunta nell'intera carriera, i Candlemass sono inaspettatamente una delle più quotate band svedesi. Poco importa se nel 2007 Marcolin si allontana nuovamente dalla band, ormai sono diventati una doom-machine inarrestabile.

Robert Lowe, già nei Solitude Aeturnus, entra alla voce, in tempo per concludere il nono album,
King Of The Grey Islands (2007). Un disco attraversato da un'energia invidiabile, vista l'età dei musicisti, ma che non sembra destinato a lasciare traccia nella storia del doom-metal.

Il decimo,
Death Magic Doom (2009), per il quale vale la stessa considerazione, si apre con l’arrembante "If I Ever Die", a contrasto con la lettera suicida di "Solitude": la depressione è diventata uno stile, una costante estetica che la band ha codificato nell'heavy-metal. Se non altro, quest'album è l’apice per il cantante Lowe, che può mettere in mostra tutte le sue doti da novello Ronnie James Dio in un'opera che, invece di reinventare il doom-metal, lo declina semplicemente con brani in linea con i classici, con alcuni momenti di marcata immediatezza.

Il successore, però, tarda ad arrivare, con l’attesa ingannata dalla raccolta di rarità per completisti intitolata 
Doomology (2010): previsto per il 2011, poi per l’anno successivo, viene pubblicato solo a giugno di quell’anno dalla “Napalm Records”. Si chiama Psalms For The Dead (2012) e viene annunciato con l’album conclusivo della carriera, salvo un prevedibile ripensamento successivo, da parte di Edling. Contiene altri brani in linea con lo stile classico della band, compresa la loro rilettura di “Electric Funeral” dei soliti Black Sabbath, che sembra l’ispirazione alla base di “Waterwitch”.
Di sicuro, è l’ultimo disco con Lowe alla voce, che lascia sei giorni prima della pubblicazione. Il motivo è legato alle performance live, sotto le aspettative, di quel periodo. A sostituirlo arriva un vecchio amico e collaboratore della band come Mats Levén, già nei Therion di Yngwie Malmsteen, nei Treat e negli At Vance.

A carriera virtualmente conclusa, nel 2013 i Candlemass sono indicati dalla rivista hard-rock Sweden Rock Magazine come la più grande formazione hard-rock/metal svedese di tutti i tempi. Segue un concerto nientepopodimeno che con gli Entombed, nonché la posizione da headliner al Väsby Rock Festival.
Festeggiato il trentennale con l’Ep
Death Thy Lover (2016), seguito dall'altro Ep House Of Doom (2018), nel 2018 ritorna all’ovile persino Johan Langquist, dopo ben 32 anni da quando cantò sull’ormai leggendario esordio. Con la partecipazione di sua maestà Tony Iommi in “Astrolus - The Great Octopus”, The Door To Doom (2019) porta la formazione al margine degli anni 20, allungando ancora una volta la carriera e arrivando al numero 13 della classifica degli album svedese e alla posizione 18 di quella tedesca. I buoni risultati anche in Svizzera, Austria, Scozia e Belgio testimoniano la posizione di rilievo che la formazione ha ormai stabilmente guadagnato in Europa.

Per inaugurare il nuovo decennio giunge l'Ep 
The Pendulum (2020), di ben sei brani ma di soli venti minuti totali. In sostanza, sono gli scarti del precedente album, riproposti a un pubblico particolarmente affezionato, pronto ormai ad ascoltare qualsiasi nuovo prodotto di una formazione leggendaria del doom-metal.

Epilogo

Nati come l’espressione musicale di una lettera suicida, i Candlemass hanno coniato un nuovo modo di fare heavy-metal, per poi cercare di farlo evolvere anche attraverso importanti contaminazioni con altri stili. Tale mutazione, disordinata e confusa, ha messo tanto profondamente in crisi la formazione da farne temere la scomparsa. Quest’esperienza traumatica, però, ha permesso di vivere un successivo, e duraturo, momento in cui i Candlemass hanno raccolto il plauso che spetta a chi si può fregiare del titolo di fondatore di un determinato sound. Per quanto ancora ufficialmente attivi, gli svedesi hanno da tempo concluso la propria parabola creativa. Potrebbero esserci altri album ancora, chissà con quali intervalli e con quali formazioni, ma ormai è chiaro che si muoveranno tutti in un perimetro già ampiamente battuto in passato.
L’influenza, fondamentale, che hanno avuto sui vari Solitude Aeternus, Solstice, Sorcerer, Scald e While Heaven Wept, anche ben più recenti, è il segno tangibile della creatività della loro musica e ribadisce la doverosa presenza, almeno dei primi album, nella discoteca di ogni appassionato di heavy-metal.


Candlemass

Epico notturno metallico

di Antonio Silvestri

Attiva dal 1984, la band svedese ha creato un proprio modo di fare heavy-metal, epico e notturno, che ha rinnovato le intuizioni dei Black Sabbath, influenzando una generazione di band doom. Nella sua lunga carriera, ha conosciuto crisi e stravolgimenti, fino ad approdare agli anni Venti del nostro secolo
Candlemass
Discografia
Epicus Doomicus Metallicus (Black Dragon, 1986) 
 Nightfall (Axis, 1987) 
 Ancient Dreams (Enigma/Metal Blade, 1988) 
 Tales Of Creation (Enigma/Metal Blade, 1989) 
 Live (live, Metal Blade, 1990) 
 Chapter VI (Music For Nations, 1992) 
 Dactylis Glomerata (Music For Nations, 1998) 
 From The 13th Sun (Music For Nations, 1999) 
 Doomed for Live – Reunion 2002 (live, Powerline, 2003) 
 Candlemass (Nuclear Blast, 2005) 
 King Of The Grey Islands (Nuclear Blast, 2007) 
 Death Magic Doom (Nuclear Blast, 2009) 
 Pslams For The Dead (Napalm, 2012) 
 The Door To Doom (Napalm, 2019) 
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(2011 - Peaceville)
La ristampa di un classico del moderno doom-metal, il primo album degli svedesi Candlemass

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