Anjimile - Acqua, corpi ed erotismo

intervista di Daniel Moor

Due settimane prima della pubblicazione del suo nuovo album, “You’re Free To Go”, incontro virtualmente Anjimile per una conversazione a tutto campo sul suo cantautorato. Abbiamo parlato di sentimenti e pensieri incarnati nel corpo, del legame con l’elemento acqueo e di come questi aspetti si manifestino nella sua nuova raccolta, che tematizza il loro costante processo di divenire e di mutamento. E se la filigrana autobiografica è ancora presente nelle sue canzoni, ecco che essa è ora illuminata da un erotismo nuovo, liberatorio perché accompagnato dall’accettazione di sé e del proprio corpo, rinvigorita da una nuova relazione sentimentale. Mentre il nostro dialogo si distende, anche informalmente, tra una battuta e l’altra, scopriamo di amare entrambi un disco uscito abbastanza di recente, “PAINLESS” di Nilüfer Yanya, che recensii proprio su queste pagine. Con l’artista britannica, Anjimile collaborerebbe volentieri, così come con Janelle Monáe, perché, mi dice, “già che ci siamo, tanto vale sognare in grande”. Beh, per quello che la mia parola può valere in questa circostanza, spero tanto che questo sogno si realizzi visto che ne uscirebbe fuori della musica davvero, ma davvero cool!

Corpi, identità e sentimenti in continuo cambiamento sono al centro di “You’re Free To Go”. Qual è stata l’ispirazione più importante (artistica o meno) che ti ha spinto a ritornare su queste tematiche per affrontarle con una nuova prospettiva?
Penso che un ruolo importante l’abbia giocato aver incontrato la mia partner due anni fa. Molte delle canzoni sono strettamente legate a questa relazione che ha acceso un nuovo senso di euforia di genere e che mi ha permesso di sentirmi più embodied. Per questo, credo, il body language è così presente all’interno di queste nuove canzoni.

Molte delle canzoni sono infatti delle love song. Ho trovato interessante come i sentimenti di cui parli siano chiaramente descritti come profondamente incarnati nel tuo corpo.
Sì, vero. Inoltre, questa relazione mi ha aiutato a sanare molta omofobia e transfobia internalizzata semplicemente grazie all’atto di essere innamorati.

Il processo di diventare se stessi e di trovare la propria identità personale è sempre in una sorta di tensione con le aspettative degli altri – dei familiari, degli amici e della società in generale. Allo stesso tempo, dal punto di vista sonoro, questo disco è molto pacifico, delicato e caldo.
La tensione tra la mia identità e come sono percepito dalle altre persone è una questione che emerge costantemente non solo nella mia musica, ma anche nella mia vita. Oltre alla mia nuova relazione sentimentale, molte delle canzoni sono intrecciate al rapporto o, meglio, all’assenza di un rapporto con mia madre, che è transfobica.

Ho notato che l’acqua e le immagini a essa legate ricorrono spesso nel disco, sia in relazione all’amore erotico sia ai corpi e al sangue. Perché l’acqua è così centrale nelle nuove canzoni?
Buona domanda… In termini legati all’erotismo, è probabilmente connesso alla mia relazione: il nostro primo appuntamento è stato lungo un fiume. Io non so nuotare e ho sempre avuto paura dell’acqua, ma lei è praticamente una creatura marina e mi ha aiutato a essere più a contatto con la vastità dell’acqua. In termini di embodiment, ovviamente il nostro corpo è composto in buona parte da acqua e da diversi fluidi, dal sangue alla bile: se ci pensi, è disgustoso e bellissimo allo stesso tempo.

E colleghi questo elemento a concetti come fluidità e cambiamento?
Sì, sicuramente. Corpi d’acqua, anche l’oceano, e il corpo umano sono sempre in mutamento, crescono e cambiano, o perlomeno hanno il potenziale di farlo. Io voglio essere così, come l’acqua.

Spesso l’acqua è anche associata a processi terapeutici: immagini la tua musica come uno strumento curativo per chi ascolta?
Spero che sia così per chiunque ascolti la mia musica! Penso che la mia voce abbia una naturale qualità calmante o rilassante.

Sì, poi in combinazione con il suono caldo di questo disco funziona davvero bene. Parlando proprio del sound, Brad Cook ha prodotto il disco. Come è stato lavorare con lui?
È stato un sogno, non solo perché abita vicino a me. Mi ha fatto conoscere posti dove mangiar bene e delle candele bellissime [ride]. Tutto a casa sua e nel suo studio è perfettamente curato, in particolare lo spazio, le luci.

Brad Cook ha prodotto alcuni dei miei album preferiti degli ultimi anni, in particolare quelli di Waxahatchee. Nel suo lavoro e anche nel tuo ultimo disco si sente proprio questo “spazio” che ti circonda durante l’ascolto.
Sai, è un po’ ironico che il suo studio non sia in realtà particolarmente spazioso, anzi è relativamente piccolo. Ma la sua conoscenza di come uno strumento possa suonare in una stanza e poi nelle tue cuffie è incredibile ed è capace di realizzare questo sound pieno e naturale.

Come mai hai deciso di tornare a questo sound più classicamente folk-rock dopo gli esperimenti sonori in “The King”?
Quando lavoro con una persona che produce il mio album, mi piace lasciare spazio ai suoi impulsi creativi. Quindi le scelte sonore per “You’re Free To Go” sono strettamente legate alla collaborazione con Brad, che ha enfatizzato questa energia calda già presente nei brani, mentre per “The King” avevamo perseguito un approccio completamente differente. Tra l’altro ho la sensazione che “The King” fosse un po’ più freddo, in maniera splendidamente spooky, però. Inoltre, mi piace fare cose sempre diverse rispetto al mio progetto precedente: sono uno che si annoia facilmente!

Mentre mi preparavo per questa conversazione mi sono imbattuto in una tua vecchia intervista, risalente all’epoca del tuo album di debutto, in cui parlavi del tuo amore per la musica di Iron & Wine. Ora, qualche anno più tardi, Sam Beam canta in alcune delle tue canzoni…
Lo so, è pazzesco! Mi sono trasferito in North Carolina da Boston nel 2021 e ho conosciuto Brad poco dopo. Qui si conoscono un po’ tutti e lui e Sam sono amici. Verso la fine delle sessioni di registrazione ho menzionato a Brad che adoro la musica di Iron & Wine e lui l’ha chiamato subito per vedere se fosse disponibile per venire a registrare delle parti vocali. Ancora non ci credo, è stato super-cool! Lui è mega chill e te lo devi immaginare ancora identico a come appare sulla copertina di “Our Endless Numbered Days”, nonostante quel disco sia uscito una vita fa. Davvero pazzesco!

Quindi il prossimo passo è un album intero con lui?
Oh, man, sarebbe troppo! [ride]. Un po’ come leggere un essay che hai scritto di fronte al docente o alla docente del seminario… non ne sarei in grado!

Hai però una collaborazione-sogno per il futuro prossimo?
Sono un gran fan di Nilüfer Yanya: il suo album “PAINLESS” è fenomenale. Chi altro? Magari devo sognare in grande, no? Moses Sumney, Helado NegroJanelle Monáe, chiamami se vuoi collaborare!

“Waits For Me” è la mia canzone preferita del disco. Ha una semplice struttura da canzone pop, ma funziona splendidamente ed è davvero emozionante. Se ti senti a tuo agio e non è troppo personale, potresti raccontarmi come è nato questo brano?
La scrittura è stata influenzata dalla canzone “Buffalo” di Hurray For The Riff Raff a cui aveva lavorato Brad. È davvero un’ottima canzone con testi immediati ma commoventi, il vibe è molto caldo; è propulsiva, insomma, uno di quei pezzi così belli che da un lato ti fa dire “è tempo di andare in pensione”, ma dall’altro ti motiva a scrivere canzoni sempre migliori. Non decido anticipatamente il contenuto di una canzone, ma il testo nasce dalle sensazioni che scaturiscono dagli accordi e dalle melodie. Questa canzone è stata liberatoria, mi ha fatto uscire da una specie di blocco dello scrittore e mi ha spinto a scrivere di più. Parla della mia infanzia, di libertà e accettazione di sé, di amore e apertura verso il circostante e i cambiamenti: mi sembra di averla composta per il me bambino e mi ha fatto bene.

Insieme alla canzone successiva, “Like You Really Mean It”, mi sembra costituire un po’ il nucleo pop del disco. Perché le hai poste una dopo l’altra?
Il sequencing della tracklist ci ha richiesto molto tempo: è un processo che può far impazzire. Mi sembrava che l’energia e il tempo dei due pezzi permettesse di accostarli naturalmente e di incorporare così una sorta di dinamica energizzante all’inizio del disco.

Mentre che caratteristica deve avere un brano per essere un’ottima closing song?
Per i miei dischi mi piace che la canzone finale trasmetta in qualche modo un senso di conclusione, che non necessariamente corrisponde a una risoluzione emotiva. In un certo senso, la canzone finale deve enunciare la tesi del lavoro. La prima canzone deve dire qualcosa, il centro enfatizza quell’affermazione e l’ultima fornisce il contesto per l’intera raccolta. Siccome in “You’re Free To Go” ci sono canzoni che tematizzano la relazione con mia madre, l’accettazione di sé, l’amore e il dolore, “Enough”, con il suo arrangiamento più essenziale e il focus su testi e melodia, mi è parsa la canzone migliore con cui chiudere l’album.

Beh, l’acqua e il sangue ricorrono anche all’inizio di “Enough”… Ed è interessante quello che hai detto, perché mi sembra proprio che, sebbene sia un’ottima canzone finale, non porti con sé una conclusione vera e propria e la tensione di cui abbiamo parlato prima non svanisca affatto.
Sì, è vero. Poiché i miei lavori rispecchiano la mia crescita emotiva e personale e siccome questa non ha fine, voglio che lo stesso avvenga anche nelle mie raccolte, che non ci sia insomma una vera e propria fine. Non c’è un happy ending, ma nemmeno una conclusione sconsolata: la storia non è ancora finita.

Life keeps changing
Esatto, magari solo per il mio ultimo disco, prima della mia morte, escogiterò una fine vera e propria.

Un po’ alla David Bowie.
Esattamente!

(15 marzo 2026)

Discografia

Giver Taker(Father/Daughter Records, 2020)
The King(4AD, 2023)
You're Free To Go(4AD, 2026)
Pietra miliare
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