Compositore e musicista, storico e giornalista, regista, podcaster, attivista e istruttore di kayak: Bob Ostertag è un personaggio su cui si potrebbero (e dovrebbero) scrivere monografie e che meriterebbe approfondimenti dedicati a ciascuna delle sue attività. Restringendo il perimetro a quella musicale, Ostertag ha suonato con Anthony Braxton, Roscoe Mitchell, Fred Frith, Kronos Quartet, Mark Dresser, Phil Minton, Otomo Yoshihide, tra gli altri, ed è un pioniere del campionatore (anche quando lo strumento non esisteva), dell’elettronica e della manipolazione sonora. Un lavoro di ricerca iniziato ben prima che fossero disponibili le tecnologie a cui spesso si associano queste parole. È passato da soluzioni artigianali, tra cui la più suggestiva è aver deformato il suono analogico legando nastri a bobina a palloncini ad aria calda, a incredibili lavori di costruzione a tavolino di vere e proprie composizioni basate su suoni campionati. In tutta la sua carriera, pur suonando strumenti inusuali e apparentemente impersonali, Ostertag ha creato un proprio suono, uno stile, una sua “riconoscibilità”, e ha fatto interagire uomo e macchina per portarli in territori in cui entrambi, da soli, non sarebbero mai arrivati: la sua serie “Say No More”, ad esempio, è basata su registrazioni soliste di tre performance di improvvisazione (Phil Minton alla voce, Marc Dresser al contrabbasso e Jerry Hemingway alla batteria) campionate e riassemblate in studio fino a diventare una composizione, poi rieseguita dal vivo e nuovamente campionata e manipolata.La sua pagina Bandcamp è probabilmente il miglior punto di partenza per chi voglia conoscere la sua musica, disponibile gratuitamente per l’ascolto e acquistabile in versione digitale facendo libere offerte.Quanto detto finora dovrebbe aver dato un’idea di quanto insolita e creativa sia la sua musica, ma nella sua ricca discografia c’è un episodio anomalo persino per lui: “Fear No Love”, pubblicato dalla Avant di John Zorn nel 1995, etichetta specializzata in avanguardia e musica sperimentale, con in catalogo i lavori di band come Naked City, DNA e Fushitsusha e di numerosi sodali del sassofonista newyorkese, tra cui Dave Douglas, Ikue Mori, Marc Ribot e Joey Baron.
Ostertag raccoglie l’invito di Zorn a realizzare qualcosa di diverso da tutti i suoi precedenti lavori, e sceglie di farlo avventurandosi nell’ordinario e confrontandosi con melodie, ritmi e vere e proprie canzoni. Brani che potremmo ascrivere a generi come funk e R&B, ma riletti attraverso le lenti di un musicista sperimentale, eseguiti da un gruppo che vede insieme icone dell’avanguardia come Fred Frith, rockstar come Mike Patton ed esponenti della scena queer underground di San Francisco. Già dai primi secondi di ascolto è impossibile non chiedersi con cosa si abbia a che fare: una musica che destabilizza tanto gli appassionati dei generi che la ispirano quanto i puristi dell’avanguardia. Nessuna decostruzione postmoderna, nessuna parodia: semplicemente, Ostertag realizza il “suo” album funk, con grande rispetto verso i generi che lo ispirano, riletti però attraverso il proprio stile, tra suoni manipolati, distorti e rielaborati che convivono inaspettatamente bene con ritmi e groove. Anche per quanto riguarda i testi e i temi affrontati, la scelta non è usuale, soprattutto ricordando che l’album risale al 1995: le sei canzoni raccontano fobie rispetto all’amore queer, da stereotipi e pregiudizi fino alla paura dell’Hiv, e scorrono alternando atmosfere diverse, tra l’ironia quasi parodistica dei personaggi sadomaso di “The Man In The Blue Slip” ai toni intensi e sussurrati di “Positive”.In occasione del trentennale dell’album, ne abbiamo parlato con Ostertag e ne è nata una conversazione più ampia, che tocca temi come il rapporto tra musica e impegno politico, le istanze del mondo queer, l’arte e la libertà sessuale.
"Fear No Love" compie 30 anni. Cosa ti spinse all'epoca a realizzare questo album?
Tutto è iniziato quando l’etichetta di
John Zorn mi ha chiesto di realizzare un cd per una serie in cui invitavano i compositori a fare qualcosa di completamente diverso da quello che facevano di solito. Mi hanno chiesto se volessi partecipare e ho detto di sì. Poi ci ho riflettuto e mi sono chiesto: "Cosa c’è di completamente diverso da ciò che faccio normalmente?" E ho pensato: "Beh, non scrivo mai canzoni, quindi forse potrei provare a farlo." Questa era probabilmente la cosa più diversa che riuscivo a immaginare.
Più o meno nello stesso periodo in California ci fu il primo dei referendum statali per revocare alcuni dei diritti che le persone
queer avevano ottenuto nei decenni precedenti. La campagna contro la legge proposta creò un adesivo per paraurti, su cui c’era scritto “No” e "Fear No Love". Pensai che fosse un messaggio bellissimo. Rappresentava l’aspetto della politica
queer che sentivo mio. E sempre in quel periodo scoprii di essere sieropositivo. Fu un momento molto, molto difficile per me. Non esistevano ancora farmaci efficaci. Era considerata una condanna a morte. Contrarre l’Hiv era un evento estremamente traumatico. Tutte queste cose – la mia situazione personale con la paura legata all’infezione per cui non esisteva cura, il ritorno dell’odio contro i diritti conquistati dalle persone
queer, lo slogan
Fear No Love che rappresentava ciò in cui credevamo, e l’invito dell’etichetta di Zorn a fare un disco completamente diverso da ciò che avevo mai fatto – tutto questo insieme è stato ciò che mi ha motivato a realizzare quel disco.
Tre parole, “Fear No Love”, sono il messaggio che accomuna tutti i brani. Correggimi se sbaglio, ma mi sembra che il tuo disco approcci temi e istanze del mondo Lgbtq in maniera positiva: non si tratta di rivendicazioni rabbiose ma di un invito a non avere paura dell'amore, nei diversi modi e nelle diverse forme in cui lo incontriamo. Rispetto al 1995 cosa è cambiato?
È davvero difficile dare una risposta breve o esauriente alla domanda su cosa sia cambiato nella politica Lgbtq dal 1995 a oggi, 30 anni dopo. All’epoca l’acronimo non era ancora stato coniato. Il termine
queer cominciava appena ad essere proposto. Già allora si pensava che avere tre termini, “gay, lesbica e bisessuale”, fosse fin troppo, e si proponeva di usare semplicemente
queer per non dividere troppo. Ma il movimento aveva già la tendenza a dividere le identità in sfumature sempre più sottili, e così la “Q” è stata aggiunta in coda, quando invece era stata pensata come un termine per unificare tutto. Oggi, con tutte le lettere aggiunte – Lgbtqia+ o qualunque sia l’acronimo attuale – questa tendenza è ancora più evidente. Personalmente, non mi ci ritrovo affatto. Ci sono molte cose del movimento Lgbtqia+ contemporaneo con cui non sono in sintonia.
Cosa ha detto John Zorn quando gli hai proposto un album come questo?
Sono abbastanza sicuro che la reazione di John Zorn al disco sia stata di orrore. Volevano che facessi qualcosa di diverso, sì, ma non
così diverso (ride,
ndr). Credo che abbiano praticamente sotterrato il disco. Forse dire che se ne siano vergognati è eccessivo, ma non penso che sia stato ben accolto dall’etichetta.
Avant ha presentato l’album dicendo: “Questo è funk, ma deformato attraverso una sensibilità affinata in quindici anni all’avanguardia della scena sperimentale.” Guardando indietro, qual è oggi il tuo rapporto con questa musica? È stato un episodio isolato nella tua carriera o lo consideri parte di una continuità più ampia nel tuo lavoro?
Sì, lo considero decisamente un episodio isolato. Nel tempo la mia passione per il funk e l’R&B è cresciuta. Una dei miei pellegrinaggi regolari oggi è andare a vedere i Tower of Power, che hanno sede nella mia zona, a Oakland. Vado a vederli ogni volta che posso, anche se suonano sempre le stesse canzoni. Quella musica mi parla profondamente, e il modo in cui è invecchiata con loro è bellissimo. Amo il funk e l’R&B.
Prince è senza dubbio uno dei miei eroi assoluti, ma non è la
mia musica. In un certo senso, amo troppo quella musica per suonarla in modo approssimativo. Sì, è stato un episodio isolato. Non è la musica che appartiene al mio linguaggio naturale. È stato un progetto divertente da fare. E dovrei anche menzionare che, a quel tempo – ed è stato un altro dei motivi – volevo lavorare con altri musicisti
queer.
Fino ad allora, i miei collaboratori musicali erano stati tutti etero. Credo al 100%. Se ci penso – Anthony Braxton, Fred Frith, tutti i miei vari collaboratori – tutti eterosessuali. Dopo la diagnosi di Hiv e con il clima ostile che si stava creando, ho pensato: “Voglio lavorare con altre persone gay.” Quasi tutti quelli con cui ho collaborato in quel disco erano
queer. E questo ha influenzato molto le canzoni. Sceglievo la persona con cui volevo lavorare e poi cercavo di immaginare che tipo di canzone potessimo fare insieme. Christian Huygen, il cantante del primo brano, non è nemmeno un musicista. È uno scrittore, e da allora è diventato uno psicologo pionieristico nell’assistenza sanitaria pubblica per persone
queer con gravi diagnosi psichiatriche. Philip Horvitz era un attore. Lynn Breedlove era una
punk rocker. Justin Bond,
drag queen, artista di cabaret – ora Justin Vivian Bond. Justin Vivian è una vera e propria icona transgender. Ha vinto un MacArthur, ha fatto il tutto esaurito alla Carnegie Hall. Una carriera fantastica, una delle persone più talentuose con cui abbia mai lavorato, senza dubbio. Ovviamente c’è sempre un’eccezione. Non tutti erano gay. Mike Patton, ad esempio, non è gay, anche se ha sempre proiettato un’immagine di sfida e ambiguità sessuale che si adattava perfettamente al progetto. E non ha avuto alcuna esitazione: si è buttato dentro a capofitto. Dopo “Fear No Love” ho fondato il gruppo Pantychrist con Justin e Otomo Yoshihide. E quel disco, “Pantychrist”, è certamente la cosa più
queer che abbia mai fatto. Ne sono molto orgoglioso. Credo che, ancora oggi, sia un’opera davvero unica.
Come è stato realizzato “Fear No Love”? Nel libretto del cd si legge che hai rimontato tutto partendo da registrazioni separate. I musicisti non hanno mai suonato assieme?
Non abbiamo mai suonato insieme dal vivo, e in realtà nemmeno in studio. Quel disco è stato assemblato traccia per traccia. Il disco successivo, “Pantychrist”, invece, lo abbiamo portato in tour diverse volte. Per me è sempre stato difficile mantenere un
ensemble dal vivo, perché non sono mai riuscito a ottenere un cachet abbastanza alto da renderlo sostenibile. Avevo il mio quartetto Say No More, proprio in quel periodo, con Jerry Hemingway, Mark Dresser e Phil Minton. Quel gruppo ha girato per sette anni, ed è stato sicuramente il momento più felice della mia carriera da musicista in tour. Ognuno di loro era un musicista straordinario. Non riuscivo a credere che persone di quel livello dedicassero così tanto tempo alla mia musica. È stato un periodo meraviglioso pr me, ma la fatica per trovare abbastanza date per sostenere economicamente il gruppo mi ha sfinito. Da allora ho fatto quasi solo duo e trio. C’è stato un breve momento in cui avevo un gruppo vocale, ma credo che abbiamo fatto solo due concerti. Una delle grandi delusioni della mia carriera, o della mia vita, è che non sono mai riuscito a mantenere stabile un gruppo. Perché lavorare in un contesto collettivo è sempre stato il mio modo preferito di lavorare.
Pensi ci sia un legame tra avanguardia artistica e libertà sessuale?
Non proprio. Ma credo ci sia un legame tra avere una vita nelle arti e la libertà sessuale. Ovviamente, le rock band degli
anni 60 hanno vissuto un momento unico nella storia in termini di libertà sessuale – e quella non era avanguardia, era solo musica. Non so se sia perché le persone che fanno arte siano più avventurose sessualmente, oppure perché chi ha una carriera artistica ha più libertà di esplorare l’espressione sessuale, rispetto a chi fa l’insegnante alle medie o l’avvocato aziendale.
È questione discussa e controversa se la musica sperimentale sia adatta a esprimere istanze sociali: Cornelius Cardew arrivò a realizzare musica popolare per poter “raggiungere le masse”, mentre per Luigi Nono bisognava essere rivoluzionari anche nella forma. Semplificando, la questione è se abbia senso lanciare messaggi attraverso una musica destinata a un pubblico sicuramente ristretto. “Fear No Love” sfida tutti i suoi potenziali ascoltatori, potrebbe essere troppo “pop” per chi ama l’avanguardia e troppo sperimentale per chi ascolta i generi musicali utilizzati. "Per chi" hai realizzato questo disco? Che pubblico volevi raggiungere?
Come tutti i dischi che ho fatto, l’ho fatto per me stesso. È sempre stato il mio approccio. Faccio ciò che per me è più urgente, più necessario in quel momento. Lo faccio senza compromessi, per me, e confido nel fatto che, come esseri umani, abbiamo abbastanza in comune perché, se qualcosa risuona profondamente in me, risuonerà anche in qualcun altro. Non posso credere che la mia esperienza sia così unica. Pensare che lo sia mi sembrerebbe arrogante. E pensare di sapere cosa vogliono gli altri e fare musica per compiacerli mi sembrerebbe condiscendente. Quindi no: lo faccio per me, lascio delle briciole, e chi vuole seguirle, lo fa. Non penso che quel disco abbia un messaggio. Credo che nessuno dei miei dischi abbia un messaggio. La gente si confonde sulle mie intenzioni, perché i temi che affronto spesso hanno una componente politica. “Sooner Or Later” veniva dalla guerra civile in El Salvador, “All The Rage” da una rivolta gay a San Francisco, e così via. Ma non credo che quei pezzi abbiano un messaggio, nel senso che qualcuno che non è d’accordo con me possa ascoltare la mia musica e cambiare idea. O ascoltare qualcosa che non aveva mai sentito prima. No, non credo che l’arte funzioni così. Non sono per niente d’accordo con la tesi di Cornelius Cardew. Se vuoi mandare un messaggio, allora fai un discorso, scrivi un articolo, un saggio. E io lo faccio: faccio discorsi, scrivo articoli e saggi. E quelli sì, hanno un messaggio.
(21 settembre 2025)