Nel cuore delle polemiche e tra le onde di un dibattito infuocato, il duo londinese Bob Vylan rientra nella top 10 dei dischi indipendenti grazie all’onda lunga di un’esibizione destinata a restare nella memoria collettiva. Il palco è quello, simbolico e carico di storia, del Glastonbury Festival, dove i due hanno scandito con rabbia lo slogan “Death to the IDF”, in aperta opposizione alle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza.
Un gesto che ha immediatamente acceso la miccia: il gruppo è finito nel mirino della polizia antiterrorismo britannica, insieme ai nordirlandesi Kneecap, altro nome caldo della scena rap con posizioni apertamente pro-palestinesi. L'effetto è stato quello di una valanga: concerti annullati, festival che li depennano dal cartellone, e una classe politica che evoca apertamente il bando.
Ma la censura, spesso, è un detonatore potente. In risposta, il duo si è visto travolto da una rinnovata ondata di supporto. Sui social, il frontman ha parlato di “potere del popolo”, rivendicando il successo del nuovo album “Humble As The Sun” come una vittoria della musica indipendente e della libertà d’espressione: un disco che, mentre veniva rifiutato da alcune vetrine ufficiali, scalava le classifiche con l’urgenza di un grido collettivo.
Intanto, solidarietà è arrivata da una parte della scena musicale internazionale, e persino da chi è fuori dal circuito strettamente musicale: il presidente colombiano Gustavo Petro ha invitato il duo a esibirsi nel Paese sudamericano, in segno di sostegno.
Il duo, da sempre sospeso tra punk militante e rap di protesta, ha chiarito che quel “death to the IDF” non è un invito alla violenza contro individui, ma un attacco frontale a una “macchina militare oppressiva”.
Una provocazione, certo. Ma anche un tentativo di restituire attenzione alle vittime civili, a ciò che definiscono senza mezzi termini un “genocidio” a Gaza.