Flea annuncia un nuovo album solista: ascolta il primo singolo “A Plea”

02-12-2025

Flea abbandona temporaneamente il groove funk dei Red Hot Chili Peppers per un'escursione nel jazz contemporaneo. "A Plea", primo singolo da un album previsto per il 2026, è un manifesto di quasi otto minuti che fonde improvvisazione strumentale e spoken word in una dichiarazione d'intenti tanto personale quanto politica.

La struttura del brano lascia respirare gli spazi: una lunga sezione strumentale apre la strada a quella che il bassista definisce una "preghiera jazz", un testo recitato che si rivolge a un'America frammentata dall'odio e dalla polarizzazione. Non è retorica militante, ma un'invocazione alla ricerca di un terreno comune, un appello alla dimensione umana che precede e supera le appartenenze ideologiche.

Sul fronte musicale, Flea torna alle origini affiancandosi a una formazione stellare di sperimentatori: Anna Butterss al contrabbasso, Deantoni Parks alla batteria, Jeff Parker alla chitarra, oltre a fiati, percussioni e voci che compongono quello che il musicista non esita a definire un "dream team di visionari del jazz moderno". Nomi che arrivano dalla scena più inquieta e meno mainstream del jazz contemporaneo.

Il videoclip, diretto dalla figlia Clara Balzary con coreografie di Sadie Wilking, mostra Flea nella sua fisicità inconfondibile: danza, si muove, abita lo spazio con quell'energia anarchica che da sempre lo caratterizza. Le immagini accompagnano un testo che procede per negazioni: "Non me ne frega della tua cazzo di politica", canta, per poi spiegare che non è disinteresse ma rifiuto della politica come atto fine a se stesso.

"Penso che ci sia un luogo che trascende la politica", dichiara, "dove è possibile instaurare un dialogo che aiuti l'umanità a vivere in armonia, in modo sano per il mondo. C'è un luogo dove ci incontriamo, ed è l'amore". Parole che potrebbero sembrare ingenue se non fossero sostenute da una ricerca musicale che va nella direzione opposta a quella della semplificazione: il jazz come linguaggio della complessità, della convivenza tra voci diverse, dell'ascolto reciproco.

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