Tra vecchi rancori mai del tutto sopiti e nuove piattaforme che hanno cambiato le regole del gioco, i Police tornano al centro della scena. Secondo documenti depositati all’Alta Corte di Londra e resi pubblici dal New York Times, Andy Summers e Stewart Copeland reclamano oltre due milioni di dollari di royalties non pagate da Sting. Il cuore della disputa? Lo “sfruttamento digitale” del catalogo della band: streaming, download e vendite online che non avrebbero mai generato le quote promesse.
La storia parte da lontano. Nel 1977 i Police erano ancora un trio all’inizio della propria parabola e, stando a Summers e Copeland, si sarebbero accordati verbalmente per dividere equamente una fetta dei proventi editoriali. Nel 1981 quell’intesa finì su carta; nel 1997 venne rivista dopo nuove contestazioni sui compensi; e nel 2016 arrivò l’ultimo accordo, focalizzato su licenze e sincronizzazioni per cinema e TV. Quello che allora sembrava un punto finale oggi, nell’era dello streaming, si rivela un campo minato.
Dal canto suo, il team legale di Sting respinge ogni accusa, bollando la causa come “un tentativo illegittimo” di rimettere mano a un’intesa chiara. Non solo: secondo gli avvocati, Summers e Copeland potrebbero essere stati addirittura “sostanzialmente pagati in eccesso”.
Al centro del contenzioso, dunque, non c’è tanto il passato glorioso di "Roxanne" o "Every Breath You Take", quanto la domanda cruciale su chi debba incassare quando quel passato viene cliccato, streammato e venduto in digitale.