Lofty Pillars

Amsterdam

2001 (Truckstop Records) | post-rock, folk

“Amsterdam” è il secondo e ultimo disco della mini-ensemble da camera dei Lofty Pillars, side-project di quell’alchimista della musica contemporanea che risponde al nome di Michael Krassner.
Kessner è in origine mente e direzione artistica dei Boxhead Ensemble, contenitore di esperienze artistiche che ha via via messo insieme, in progetti successivi, musicisti provenienti da Dirty Three, Tortoise, Gastr Del Sol e altri. Lofty Pillars è l’ennesima sua creatura, in cui, ai panni consueti di direttore d’orchestra, alterna anche quelli assai più originali di cantautore: anziché di una colonna sonora (come nel caso della soundtrack di “Dutch Harbor - Where The Sea Breaks Its Back”), qui la produzione è quella di un “nuovo” autentico folk-rock, di carattere semi-artigianale e di matrice sorprendentemente classica.
Krassner ripesca nell’antica tradizione della canzone popolare americana, ma l’invenzione è nella rielaborazione che ne fa, iniettandole l’inusuale linfa della musica da camera. Per riuscire in questo matrimonio quasi inedito, Krassner si giova del prezioso aiuto del genio di Fred Lonberg-Holm: suoi gli incantevoli e raffinati arrangiamenti, in cui miscela i merletti dell’orchestra da camera all’evocatività struggente di una band di alternative-country. Il risultato è quello di una decadente malinconia, sulle cui note la voce e il sussurro di Krassner rasentano la tenerezza sovrumana e leggermente sfumata del cantastorie d’altri tempi.

La title track "Amsterdam" è un inganno: si apre con i suoni d'una orchestra d'archi che s'accorda, ma poi si adagia con grazia esotica su un letto di piano, chitarra classica e percussioni di sapore latino, fino all'arrivo della voce, calda, suadente, invitante, come se la scena fosse la succursale á-la-frontera di un elegante lounge bar di Broadway . E risulta maledettamente (volutamente) ingannevole, dato che con queste sue note d'apertura il disco consegna all'ascoltatore un finto Krassner, che si muove con la grazia molesta di un crooner d'altri tempi fintamente malinconico, svelando nel contempo una calda capacità espressiva, degna del miglior Convertino, come però ne fosse esclusivamente il cammeo – giacché poco dopo, infatti, arriva a rivelare d'averne voluto rappresentare solo la parodia.
E' dal brano successivo ("Roll Down") che il disco si incanala nell'attesa scia folk, sebbene la voce del nostro appaia ancora deformata attraverso un personalissimo accento soul e l'arrangiamento di piano, viola e violoncello facciano andare con la mente a Paul Simon, ma sorprendentemente pure a Billy Joel. Con "Guest Of Dishonour" arriva la ballata folk di sapore cantautorale, qui ancora più riflessiva e dimessa, e da qui in poi più si va avanti nell'ascolto del disco più i pezzi - a partire dall'iniziale folk scarno alla Simon & Garfunkel - acquisiscono profondità emotiva e musicale. Le evoluzioni vocali di Krassner sono supportate infatti da una line-up spaventosa: Will Hendricks al piano, Jen Paulsen alla viola, Jessica Billey al violino, lo stesso Fred Lonberg-Holm al violoncello, e molti altri.

Tutto il lavoro si poggia su questo dualismo d’intenti, con strutture eminentemente cantautorali, apparentemente semplici nella loro matrice il più delle volte dylaniana, dunque sulla voce di Krassner, che passa dalla calda melodia di gusto antico e di puro folclore americano a momenti di grazia, quando si esprime in sussurri quasi consolatori, a cui però sempre si aggiunge l’elemento imprevisto di matrice prettamente orchestrale (un cembalo in "Sons Of Solemn Men", talora disteso, talaltra impazzito, che conferisce leggerezza, tenore, potenza e leggiadria al tempo stesso; un violoncello prodigo di lamenti come fossero pianti di vergini in "Eulogy"). Si tratta di brani eterni eppure mai scarni, in grado di convincere e appassionare al primo ascolto.
"Field Of Honour" è Dylan. Morto, sepolto, e al terzo giorno nuovamente risorto in Terra. Redivivo Dylan, che ringrazia archi e violini di tacere, una volta tanto, e d'avergli risparmiato peggiore risveglio non trafiggendogli nuovamente il cuore. E ancora una volta il sapore dell’ascolto è quello di una lunga cavalcata nel deserto, ma è la rivisitazione in chiave “post” che rende canzoni antiche come questa ancora attuali oggi.

Anche a livello strumentale e di partitura vige eterna l’ambivalenza, con "Mothers Of Arms" che è la semplice rivisitazione del classico pezzo folk in una più moderna chiave di lettura slowmotion, piuttosto che con "Down The River", struggente e di ineffabile trasporto, eppure delicata e con quel tocco immancabile di malinconia che ti umetta gli occhi e t'ammorbidisce il cuore prima di trafiggerlo, ma che poi si conclude con due minuti di passaggi strumentali e jam-session che spaziano tra l'ambient liquido, il soul-blues elettrico e la libera improvvisazione jazzistica.
E pure laddove è la grazia orchestrale che prende il sopravvento sull’elemento folcloristico, è il ritmo a sostenere il pezzo, che risulta infine quasi ballabile per come si evolve ("Three Men"), a dispetto di lunghezze di canzone che, superando spesso i 6 minuti, spingono più nella direzione dell’ouverture per orchestra da camera che in quella della ballata folk.

I pezzi conclusivi, infine, con non minore grazia cameristica e melodie leggere come ali librate in cielo, sembrano gettare un ponte nuovo verso il futuro, un seme di fonte antica e nobile: liberando la musica degli avi dalla sua connotazione più marcatamente southern o country, e rivisitandola nella chiave musicale più pura, che è quella orchestrale, si svela il più semplice eppure apparentemente arcano mistero, e melodie dal sapore senza tempo si colorano d'attualità e di tinte nuove, di gusto quasi impressionista.
E' primordiale lirismo originario che, trasfigurandosi nel suo essere elegantemente “post”, diventa liquida poesia dell'oggi, sintesi accessibile di cui liberamente cibarsi.

(12/05/2009)

  • Tracklist
  1. Amsterdam
  2. Roll Down
  3. Guest Of Dishonour
  4. Fade Away
  5. Sons Of Solemn Men
  6. Eulogy
  7. Field Of Honour
  8. Mothers Of Arms
  9. Three Men
  10. Wasted
  11. Down The River
  12. Farewell Song
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