Cul De Sac

Death Of The Sun

2003 (Strange Attractors) | avant-rock

Dopo "Crashes To Light" e a sette anni di distanza da China Gate, i Cul De Sac tornano in studio e, con il contributo del "rumorista" e tastierista Jacob Trussel e di Jonathan LaMaster al violino e al basso, partoriscono "Death Of The Sun".
Come il titolo ben lascia presagire, l'album è permeato da un'atmosfera opaca e lasciva... quasi stanca, in cui si mescolano ambient e world music cosi' come sprazzi di low-fi.

La calda apertura di "Dust of Butterflies", in cui screpitii analogici e una ritmica incostante si scontrano dolcemente con la litania chitarristica di Jones, rende però evidente fin da subito la natura di tale opacita': non c'è rabbia, né dolore né rimpianto in quelle note.
L'evidente tristezza di questo quadro musicale dalle sfumature orientali quanto lunari non sta infatti nelle sue sonorita', per quanto scure esse siano, ma nell'apatia con le quali esse vengono dipinte.

Mentre si ascolta l'evoluzione ritmico-tribale di "Turok, Son Of Stone" o le asincrone rullate di "Bamboo Rockets[...]" ci si aspetta sempre un grido o un contrasto che sfugga a quell'incostante fluire di suoni e rumori. Anche nelle intense aperture in apreggio di "Bellevue Bridge" o nell'acido e assillante pulsare della title track (coronata verso il finale da una distorsione di chitarra mai tanto cupa) lo slancio sembra non essere mai sufficiente a spiccare il volo.

Qui sta probabilmente la chiave dell'album: nella dolce arrendevolezza, nella passività emozionale... come chi ha vissuto immerso in qualcosa troppo a lungo per riuscire ancora a meravigliarsi della sua bellezza ma, allo stesso tempo, troppo assuefatto ad esso per distaccarsene e cercare qualcosa di più vitale.
Per voler fare un parallelo nella vita di un musicista, si potrebbe individuare questo stato come quello che si ha dopo anni di esibizioni e produzioni. Quando cio' che si è fatto inizia a perdere senso in funzione dei cambiamenti che la vita impone. Quel "sole morto" sarebbe l'immagine perfetta per la perdita delle motivazioni e dell'ispirazione che guida chiunque cerchi di creare qualcosa: una sorta di morte artistica.

Mi piace quindi considerare questo lavoro come un tentativo di ispezionare ed esorcizzare la paura di quel momento. La bellezza della tenue e melodica "I Remember Nothing more", cadenzata da una voce alienante quanto "vintage" (ripresa da un vecchio vinile) e dai sordi battiti di Jon Proudman sul dolce pizzicato acustico, non possono però che indurre a pensare che qual momento sia quanto mai lontano per la formazione di Boston.

(27/10/2006)

  • Tracklist

1 Dust Of Butterflies
2 Bamboo Rockets, Half Lost In Nothingness, Searching For And Inch Of Sky
3 Turok, Son Of Stone
4 BellevueBridge
5 Death Of The Sun
6 I Remember Nothing More

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