Charalambides

Joy Shapes

2004 (Kranky) | psychedelic rock

Con "Our Bed Is Green" (loro opera prima del 1992), Market Squame (1995) e ora con quest'ultimo "Joy Shapes", i Charalambides (Tom e Christina Carter e Heather Leigh Murray subentrata a Jason Bill) possono essere considerati uno dei gruppi più coraggiosi e arditi degli ultimi anni. Un'originale carriera che li ha sempre visti psichedelici sperimentatori ai limiti dell'avanguardia, e ora un disco che andrebbe ascoltato e riascoltato centinaia di volte, e che anche allora non verrebbe compreso appieno.

"Here Not Here" è una sterminata (20 minuti) allucinazione cosmica, interamente germinata - si può dire - dall'oscuro inciso iniziale di tre note di chitarra scandite in lenta ma inesorabile successione, a cui è contrapposta una seconda triade. Anche il semplice ma logorante testo si basa su arcane contrapposizioni di smaterializzazione ("Here/Not here"), e di osservazione trasfigurata e apocalittica del moto naturale ("Shines the sun/Falls the rain [...] The rain shines/The sun falls"). E' tutto travaglio, grandiosa contraddizione, da un lato lineare e statica, dall'altro continuamente cangiante e dinamica. Ma presto le grida da pelle d'oca della Carter cedono il posto a un moto perpetuo, un insight meditativo che ripete ostinatamente la cellula iniziale sovrapponendola a foreste di sibili, vocalizzi acutissimi e risonanze armoniche stordenti.

Attraverso una rievocazione spassionata di Popol Vuh, musica ambientale-psichedelica e avanguardia seriale, i Charalambides muovono efficacemente verso la vertigine del terrore panico. "Stroke" è basato su uno battito (non)ritmico che è raga ascetico e metafora del decorso temporale, nella sua accezione più entropica. E' un brano che arriva a descrivere l'energia cosmica in continuo dissipamento (il rallentamento conclusivo), ammontare sfinente di luce cosmica (i tremoli quasi bizantini che sommergono il battimento iniziale) e dissonanze astro-siderali.
Un arpeggio attonito per strumenti a corda è la prerogativa della title track. Intervengono le tipiche distorsioni chitarristiche importate dall'acid rock, ma sono utilizzate come lemmi di una grammatica degli spazi immensi, potenti mezzi sonori che sfondano continuamente la barriera ultrasonica con lenta catarsi. Il canto è sinusoidale e conteso alla perfezione tra scale armoniche ascendenti e discendenti, ancora a definire una solenne simmetria conoscitiva. L'orchestrazione è - al contempo - mezzo di esplorazione angosciante delle forze assolute del cosmo, aberrante muro di ventricoli di frasi appena accennate, vibrati e tremoli stratificati e striscianti, improvvisi accenti gravi, moniti terrificanti.
Carter si dimostra la Liz Fraser dell'aldilà, catapultata a narrare le mirabili visioni, perennemente calibrate sui registri di soprano acuto e sovracuto, con tanto di sbandate cacofoniche e modulazioni disperate che virano spesso all'urlo strozzato.

"Natural Night" attacca con un tintinnio cristallino, che già dai primi istanti non prelude ad alcunché di tonale, ma anzi denuncia istantaneamente il suo status di allucinante stasi atmosferica. I successivi fremiti delle chitarre sono le fondamenta per i sibili esterrefatti della Carter, che a sua volta innescano un impressionante coro di suoni illusionistici e in vicendevole metamorfosi (che pare quasi evocare le peregrinazioni strumentali di un Bela Bartok). Quando tutto si placa, non rimane che una palude di suoni metallici e sciabolate orrorifiche, vibrazioni vocali in lontananza e accordi spettrali in inquieto sussulto.

"Voice For You" è un nuovo concerto di risonanze di accordi scioccanti. C'è ancora illusionismo (uno dei temi portanti dell'opera): i suoni deformati dell'inizio preludono alle successive incalzanti scorribande vocali impregnate di effetto sonoro. Mentre la chitarra intesse interminabili litanie accordali (via via più dense), il contorno di arrangiamento si fa apoteosi dell'indefinizione. Il crescendo noise del finale mostra cosa c'è alla fine della lunga via cosmica inquadrata di sfuggita dalla chiusa della title track di "Lorca", in cui il tramp Tim Buckley si apprestava a incamminarsi: un monumentale altare di sacrifici alieni, descritto in lungo e in largo dall'intricata e indecifrabile massa sonora della chiusa del disco.

Non si può non restare impressionati da un disco del genere. Tutto (l'ampio respiro para-sinfonico, la struttura a lunghe free-form , i toni da folk cosmico) è al servizio di una trattazione allucinata e onirica attraversata e insieme generata da un prodigioso flusso sonoro. Non ci sono composizioni vere e proprie, ma solo tre attori che intavolano una conversazione "frontale" di suoni puri e ascetici; non sono ammesse risposte o consensi (o dissensi), ma solamente ammirazione e devozione profonda. Timorata, quasi.

(06/12/2006)

  • Tracklist
  1. Here Not Here
  2. Stroke
  3. Joy Shapes
  4. Natural Night
  5. Voice for You
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Recensioni

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Likeness

(2007 - Kranky)
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