Stan Ridgway

Snakebite: Blacktop Ballads and Fugitive Songs

2004 (Redfly records) | songwriter

"Blacktop Ballads & Fugitive Songs" è il sottotitolo che Stan Ridgway ha scelto per il disco del proprio ritorno sulle scene, a cinque anni di distanza dal precedente "Anatomy". E in effetti, il tema della fuga percorre con obliqua insistenza tutti i sedici brani di questo nuovo album del songwriter californiano. Un'idea romantica della fuga, come quella dipinta sul volto di Al Pacino in "Carlito's Way" un attimo prima di morire, gli occhi persi nell'immagine di un paradiso tropicale da cartolina: perché è impossibile ascoltare la musica di Stan Ridgway senza che la mente si metta a inseguire un mondo fatto di suggestioni cinematografiche e letterarie.

C'è chi si rifugia nel sole accecante del deserto e chi si rifugia nelle tinte sgargianti del carnevale, chi scappa dalla polizia e chi scappa dalla propria donna, chi si lascia alle spalle la politica e chi si lascia alle spalle lo showbiz. Ma ciò che accomuna i personaggi usciti dalla penna di Stan Ridgway è il fatto di essere sempre sulla strada, spinti dalla sete del proprio cuore a non accontentarsi mai di qualche comoda sistemazione.
Animato dai colori di un pulp tarantiniano, "Snakebite" è un disco che non lascia un istante di tregua, continuando ad alternare generi e stili intorno alla voce profonda e metallica di Ridgway, capace di unire il disincanto di Warren Zevon alla schiettezza di Lou Reed, passando attraverso la saggezza senza tempo di Johnny Cash.

Con la disinvoltura di un cowboy metropolitano, Ridgway non ha paura di avventurarsi tra aromi country e tastiere sintetiche, sempre con un sorriso appena accennato sulle labbra. Basta un istante, allora, per passare dal dondolante intreccio di flauto, slide e viola di "Your Rockin' Chair" al b-movie horror della cover di "Monsters Of The Id" di Mose Allison, con tanto di sinistri rumori e scricchiolii. E se "Crow Hollow Blues" è in perfetto stile Tom Waits, "God Sleeps In A Caboose" potrebbe essere firmata dal Beck di "Sea Change", mentre le tastiere circensi di "Running With The Carnival" sembrano prendere in prestito il loro spensierato motivetto da "All I Really Want To Do" di Mr. Dylan.

La polizia bussa alla porta con il ritmo delle percussioni indolenti di "Wake Up Sally", ma mentre le sirene si avvicinano non serve chiedersi che cosa vogliano da te: il Presidente è in vacanza e degli intrighi internazionali di "Afghan/ Forklift" non può importargli di meno.
Rispetto al crooning noir di "Anatomy", la sensazione è che Ridgway, dopo aver svuotato i cassetti con la raccolta di inediti "Holiday In Dirt", abbia voluto ripartire con questo album da una sintesi di tutto il suo eclettico percorso musicale. E così, "Snakebite" non è semplicemente il nuovo disco di un songwriter all'inseguimento del proprio passato, ma la sua varietà di atmosfere lo candida a diventare il lavoro più importante di Stan Ridgway dai tempi dell'esordio solista con lo storico "The Big Heat".

Per avere una conferma, è sufficiente lasciarsi andare al tono giocoso di "King For A Day", una ballata di disillusione amorosa cinicamente dylaniana (quel "thanks for the loan" che Stan sputa a un certo punto non è forse proprio quello di "Ballad Of A Thin Man"?), o al ritmo irresistibile di "That Big 5-0". Oppure si può ritrovare lo Stan Ridgway delle asciutte cavalcate alla "Camouflage" tra la chitarra incalzante di "Throw It Away" e il banjo disilluso di "Classic Hollywood Ending". In fondo, in quasi settanta minuti di musica, sempre con al fianco la presenza fedele e discreta della moglie Pietra Wexstun (impegnata con wurlitzer, organo, mellotron, glockenspiel e diavolerie varie), gli unici punti deboli bisogna andarli a cercare nel tono confidenziale di "Our Manhattan Moment" e in quello sognante di "My Own Universe"…

Ma se ancora doveste avere dubbi, a demolirli ci penserà "Talkin' Wall of Voodoo Blues pt. 1": ovvero come affidare l'autobiografia ufficiale di una delle più intelligenti band degli anni Ottanta a una nervosa slide piena di amara nostalgia e consegnarla definitivamente alla leggenda, con tanto di nomi e cognomi e di morale finale: "So, if you wanna make a band/ get ready for a good ride/ dont' let weasels, sharks and thieves and creeps/ force you to compromise". E di compromessi, c'è da stare certi che il buon vecchio Stanard non ne ha mai accettati…

(12/12/2006)

  • Tracklist

1. Into the sun
2. Wake up Sally (the cops are here)
3. Afghan / Forklift
4. King for a day
5. Your rockin' chair
6. Monsters of the Id
7. Running with the carnival
8. Our Manhattan moment
9. Crow hollow blues
10. That big 5-0
11. God sleeps in a caboose
12. Throw it away
13. My own universe
14. Classic Hollywood ending
15. Talkin' Wall of Voodoo blues pt. 1
16. My Rose Marie (a soldier's tale)

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