Khanate

Capture And Release

2005 (HydraHead) | doom-metal

Nero come la pece, il suono dei Khanate (da pronunciarsi "Con-Ate") è fragoroso e temibile, mastodontico e snervante. Un'apocalisse in slow-motion , filmata in un unico piano sequenza. E' la calma apparente che precede l'avvento della fine, quando il sangue gela e la vita mummifica, lentamente. Il terzo parto di Stephen O'Malley (SunnO))), Burning Witch, Lotus Eaters), James Plotkin (già negli Atomsmasher), Alan Dubin e l'ex Blind Idiot God, Tim Wyskida è una ferita sanguinante di doom-metal portato alle estreme conseguenze, attraverso un uso drammatizzato di dettagli minimi sparsi in un vuoto abissale, atrofizzato, disperatamente insondabile.

Senza compromessi, assaliti da un bisogno inspiegabile di oltrepassare le barriere della manifestazione sonora del male assoluto, i Khanate traducono l'assunto "metallico" iniziale in una forma esotericamente astratta di lied, intriso di una lentezza catacombale. Rispetto ai due precedenti lavori ("Khanate" del 2002 e "Things Viral" del 2003), gli spazi vuoti tendono sempre più a riempirsi di rumori, scricchiolii, basse frequenze, parole sconnesse e frammenti di suono inacidito. Due pannelli per 43 minuti circa di terrore. Psicodrammi terminali. Agonizzanti.

L'urlo di Dubin ci introduce nella prima stanza degli orrori. Lo spazio è attraversato da sferzate marce di chitarra, piatti storditi e modulazioni cupissime di basso. Tornano in auge, per quanti hanno avuto la fortuna di imbattersi nei loro dischi, gli Harvey Milk, artefici di una rilettura "degenerata" ed epica del suono-Melvins. Gli strumenti duellano con terrore, tracciando limiti di volta in volta sempre più angusti. In antitesi al minimalismo iper-cinetico degli Orthrelm, l'ultra-doom dei Khanate imbastisce un corpo a corpo (non concettuale, ma ferocemente istintivo) con le possibilità ipnotiche e creative della lentezza, lavorando su dilatazioni amorfe e implosioni repentine. Non esiste un baricentro che possa dirsi tale. Tutto aleggia indistinto, aereo, leggero eppure insostenibile.

Il senso ultimo di una tale operazione traspare solo dal vociferare sconnesso e farneticante di Dubin: una belva impaurita e pronta alla lotta per la sopravvivenza in un mondo inospitale. La quiete sinistra con cui si apre "Release" risulta quasi spiazzante dopo le efferatezze del primo movimento. Ma è solo una calma apparente, un brandello di stasi atmosferica di cui l'anima necessita per ritemprarsi. In effetti, la virulenza malefica continua a palpitare sotterranea e torna a far valere le sue ragioni nel giro di appena quattro minuti. La densità tragica è amplificata dall'uso "performativo" delle declamazioni di Dubin. Un mondo sempre più abbandonato a se stesso scaturisce dalla tensione estenuante creata dal tourbillon di riff lentissimi, cimbali scolpiti nel silenzio e rimbombi desolati di basso. E' il tredicesimo minuto, quando si torna a meditare in silenzio: "It's cold when I touch you", ripete Dubin con voce fioca, filtrata da una lontananza stupita. La chitarra arpeggia una melodia scheletrica e gotica.

Tutto si manifesta in pace. In un silenzio di ghiaccio, fasce di cimbali scorrono da una parte all'altra del palcoscenico. Il vuoto dietro l'incedere dissanguato. Sette lunghissimi minuti di angoscia terminale, prima che il basso diventi una roccia scoscesa e tutta l'impalcatura precipiti nel baratro, in un pandemonio di urla, detonazioni immonde e noise scorticato. Un grande ritorno.
  • Tracklist
  1. Capture Release
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