C'è una tecnica nella musica contemporanea che viene chiamata arte del sample. Il sample è un frammento di canzone, di solito non più lungo di una manciata di secondi, che viene estrapolato dal contesto e poi manipolato, distorto, loopato, fino a costruirci sopra un brano del tutto nuovo, seppure sorto da materiale, diciamo così, "riciclato". Questo strumento, nel vasto mondo del pop, è più che diffuso: lo usano tutti, da Dr. Dre ai Books; e Lemon Jelly, questo duo inglese insieme dal 1998, ne ha fatto il suo marchio di fabbrica. Questo è il terzo disco, e sul genere siamo sempre lì: elettronica molto smussata da un pop solare e rilassante, usata esclusivamente per incollare e sviluppare i sample, e sempre molto attenta a preservare suoni più acustico-elettrici che veramente digitali. Il cosiddetto genere "downtempo", che in questo ultimo lavoro a volte scivola verso un "big beat" a`-la Fatboy Slim.
Un'idea del loro sound la dà il titolo stesso dell'album, che indica il lasso di tempo (ben 31 anni) nel mezzo della cui produzione musicale i Lemon Jelly hanno frugato in cerca di roba da samplare, autolimitandosi, per ragioni apparentemente oscure, a usare uno e un solo sample per brano. Nel calderone troviamo riff pop/rock rubati ai punk-scozzesi Scars, a Terri Walker e persino la voce di William Shatner (meglio noto come Capitano Kirk in un noto serial televisivo).
Diciamo prima l'unica cosa positiva: i ragazzi non sono nati ieri, e con le manopole ci sanno fare. Il curriculum lo conferma, Fred Deakin è un dj con parecchia esperienza, nonché un disegnatore che si occupa in prima persona del package Lemon Jelly; Nick Frangles è un produttore di fama mondiale che ha lavorato per John Cale fino alle Spice Girls (!) passando per Primal Scream e Bjork (non a caso i ragazzi incidono per la XL, label di nomoni come Basement Jaxx, Prodigy e White Stripes). Suoni puliti, coordinati e omogenei. Una produzione impeccabile.
Ma il problema di "'64-'95" (nonché dei Lemon Jelly) non è nella tecnica, bensì nel contenuto. Questo disco è tanto perfetto quanto inesorabilmente vuoto e piatto. Perché, in effetti, non bastano gusto e tecnica per rifare della musica che rimanga effettivamente nella memoria dell'ascoltatore, anziché entrare da un orecchio e uscire dall'altro. Un sample carino si può sviluppare in maniera interessante come in maniera estremamente scontata e superficiale. Da "Come Down On Me" a "Go", dopo i primi 40 secondi ogni pezzo è esercizio di stile, è noia, e noia mortale. Non li descrivo neppure, perché si distinguono a fatica tra loro (cosa piuttosto grave in un disco pop). Avere le idee limitate alla scelta del sample equivale a non avere idee, e cioè a non saper comporre musica. La decisione di usare un solo sample per canzone è stata estremamente penalizzante per loro, in questo caso.
A poco valgono le capacità tecniche: il piacere di ascoltare "64-69" è il piacere negativo di sentire una canzone mediocre anziché una semplicemente brutta. I Lemon Jelly dichiarano di non cercare di indovinare i gusti del pubblico, e non è mia intenzione mettere in dubbio la loro buona fede, ma onestamente il risultato è l'opposto. Questo disco sembra solo mangime per ascoltatori. E gli ascoltatori, francamente, meritano di meglio. Save your money .