Lemon Jelly

'64-'95

2005 (XL) | pop, elettronica

C'è una tecnica nella musica contemporanea che viene chiamata arte del sample. Il sample è un frammento di canzone, di solito non più lungo di una manciata di secondi, che viene estrapolato dal contesto e poi manipolato, distorto, loopato, fino a costruirci sopra un brano del tutto nuovo, seppure sorto da materiale, diciamo così, "riciclato". Questo strumento, nel vasto mondo del pop, è più che diffuso: lo usano tutti, da Dr. Dre ai Books; e Lemon Jelly, questo duo inglese insieme dal 1998, ne ha fatto il suo marchio di fabbrica. Questo è il terzo disco, e sul genere siamo sempre lì: elettronica molto smussata da un pop solare e rilassante, usata esclusivamente per incollare e sviluppare i sample, e sempre molto attenta a preservare suoni più acustico-elettrici che veramente digitali. Il cosiddetto genere "downtempo", che in questo ultimo lavoro a volte scivola verso un "big beat" a`-la Fatboy Slim.

Un'idea del loro sound la dà il titolo stesso dell'album, che indica il lasso di tempo (ben 31 anni) nel mezzo della cui produzione musicale i Lemon Jelly hanno frugato in cerca di roba da samplare, autolimitandosi, per ragioni apparentemente oscure, a usare uno e un solo sample per brano. Nel calderone troviamo riff pop/rock rubati ai punk-scozzesi Scars, a Terri Walker e persino la voce di William Shatner (meglio noto come Capitano Kirk in un noto serial televisivo).

Diciamo prima l'unica cosa positiva: i ragazzi non sono nati ieri, e con le manopole ci sanno fare. Il curriculum lo conferma, Fred Deakin è un dj con parecchia esperienza, nonché un disegnatore che si occupa in prima persona del package Lemon Jelly; Nick Frangles è un produttore di fama mondiale che ha lavorato per John Cale fino alle Spice Girls (!) passando per Primal Scream e Bjork (non a caso i ragazzi incidono per la XL, label di nomoni come Basement Jaxx, Prodigy e White Stripes). Suoni puliti, coordinati e omogenei. Una produzione impeccabile.

Ma il problema di "'64-'95" (nonché dei Lemon Jelly) non è nella tecnica, bensì nel contenuto. Questo disco è tanto perfetto quanto inesorabilmente vuoto e piatto. Perché, in effetti, non bastano gusto e tecnica per rifare della musica che rimanga effettivamente nella memoria dell'ascoltatore, anziché entrare da un orecchio e uscire dall'altro. Un sample carino si può sviluppare in maniera interessante come in maniera estremamente scontata e superficiale. Da "Come Down On Me" a "Go", dopo i primi 40 secondi ogni pezzo è esercizio di stile, è noia, e noia mortale. Non li descrivo neppure, perché si distinguono a fatica tra loro (cosa piuttosto grave in un disco pop). Avere le idee limitate alla scelta del sample equivale a non avere idee, e cioè a non saper comporre musica. La decisione di usare un solo sample per canzone è stata estremamente penalizzante per loro, in questo caso.

A poco valgono le capacità tecniche: il piacere di ascoltare "64-69" è il piacere negativo di sentire una canzone mediocre anziché una semplicemente brutta. I Lemon Jelly dichiarano di non cercare di indovinare i gusti del pubblico, e non è mia intenzione mettere in dubbio la loro buona fede, ma onestamente il risultato è l'opposto. Questo disco sembra solo mangime per ascoltatori. E gli ascoltatori, francamente, meritano di meglio. Save your money .

(30/07/2017)

  • Tracklist
  1. '88 AKA Come Down On Me
  2. '68 AKA Only Time
  3. '93 AKA Don't Stop Now
  4. '95 AKA Make Things Right
  5. '79 AKA The Shouty Track
  6. '75 AKA Stay With You
  7. '76 AKA The Slow Train
  8. '90 AKA Man Like Me
  9. '64 AKA Go
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