Jim Sclavunos è un torvo signore emaciato e raffinato. I bassifondi del passaggio no-wave non ne hanno srappato via il gusto, né appassito più di tanto l’estetica decadente, quanto affascinante.
Dopo i disordini 8 Eyed Spy, accanto alla sulfurea Lydia Lunch, e l’introspezione fumosa e desolata nei Birthday Party, nel 1994 procede solitario per un tempo utile a metter su la sua piccola, ma estrosa orchestra, così sofisticata da chiamarsi ironicamente The Vanity Set. L’ensemble, oltre alla tradizionale strumentazione basso-chitarra-batteria, rimescolate a tastiere e percussioni, acquisisce il giusto tocco di grazia e surrealismo con la triade violino-theremin-tuba.
L’omonimo esordio del 2000 denota i primi barlumi di un’identità che sta prendendo corpo, e che, a distanza di cinque anni, si presenta più sicura di sé con "Little Stabs Of Happiness", di una felicità quasi brilla e teatrale, discontinua e intervallata da rimpianti improvvisamente noir. L’apertura ("The Big Bang"), catapulta in un gotico improvvisamente aperto in un crescendo solenne come il passaggio clou di un musical; subito dopo il can can elettrico della title track sprigiona raffiche d’adrenalina, librate nell’aria da un violino esuberante.
La tuba introduce e accompagna l’ispirata e languida "I Started A Joke", mentre il theremin segue sinuoso lo smarrito cantato di "Some Little Birds", piccolo, autunnale dramma.
Sul finire, la scena è pronta per la piece a metà strada tra intensità brechtiana e paradossalità del teatro dell’assurdo, sul cui palco Jim vaga, cantando con enfasi i suoi pensieri, deliziati dal gentil violino ("Morning Glory Day").
A chiudere è un inaspettato, quanto improbabile girotondo techno al vocoder ("The Bell Song"), accattivante delirio dello scafato signore, che, tra le righe, ringrazia dell’esperienza l’amico Cave, musa ispiratrice del cantato cavernoso, qui riveduto e corretto da uno spirito meno tormentato.