Gary Numan

Jagged

2006 (Metropolis) | dark, industrial, elettronica

Dura la vita del pioniere musicale: basta poco, una manciata di anni, e si passa dall'avanguardia alle retrovie in un batter d'occhio, e più passano gli anni più ci si ritrova a dover fare a gomitate con le nuove generazioni per trovare un po' di spazio vitale, generalmente ignorato da tutti tranne più o meno numerosi gruppi di fan fedelissimi. Gary Numan, uno che "all'epoca" fu artista tra i più originali, influenti e affascinanti e, cosa che non guasta, andava pure in testa alle classifiche, si trovava in questo poco piacevole limbo (o dimenticatoio) da un bel po', e dovette aspettare di arrivare alle soglie del 2000 e della mezza età, per godere di una certa rivalutazione tanto dalla critica che dal pubblico. Merito soprattutto di Trent Reznor che si è dichiarato spesso suo ammiratore, ammettendo un certo debito dei suoi Nine Inch Nails verso di lui e realizzando anche una splendida cover della sua "Metal". Da allora persino gruppettini teen-pop-girl-power si sono messi a campionare storici hit numaniani come "Are Friends Electric?" agghindandosi per l'occasione di pelle e smalto nero.

Che fa dunque il nostro Numanoide ora che il suo nome è tornato circolare anche tra un pubblico che va dai giovani fan di NIN e affini fino al mainstream più abietto? Spiazza tutti e se ne esce con un sorprendente album di pop industriale, arrabbiato e mutante come "Pure" (2000) e con una doppia antologia ("Hybrid") di successi riveduti e corretti alla luce di questo nuovo sound denso e oscurissimo. E nulla di tutto ciò esce per seguire la moda: Numan fa le cose sul serio, e mantenendo un basso profilo e circondandosi sempre di più di un alone da santone dark ci mette ben sei anni per confezionare un nuovo album di soli inediti, chiamando attorno a sé l'artista underground Ade Fenton e il produttore dance Andy Gray, e musicisti di primo piano quali Martin McCarrick (il cui curriculum comprende Siouxsie, This Mortal Coil e Therapy), Jerome Dillon (batterista degli stessi NIN) e il chitarrista Rob Holliday (già collaboratore dei Prodigy).

Il risultato però, manco a dirlo, delude: il grigio spento di "Jagged" riparte dagli stessi sentieri intrapresi dal rosso intenso di "Pure" e accentua se possibile ancora di più le nebbie velenose che già lì avvolgevano le melodie, smorzandone un po' la carica ma, ahimè, mostrandosi molto molto più debole a livello melodico/vocale. Così, tra momenti di guardinga calma e accelerazioni tanto ben piazzate quanto fredde come una lastra di ghiaccio, prendono corpo (ma quasi mai vita) brani dilatati e striscianti, lunghi (o prolissi), molto curati e animati da una classe indiscutibile ma, e qui è la nota dolente del disco, tutti fin troppo uguali tra loro.

Presi isolatamente, numeri come "Fold" o la più movimentata "Halo" possono pure convincere, ma messi nel mucchio con le altre canzoni si perdono in un clima di generale monotonia: con piccole differenze qua e là ("Haunted", per esempio, aggiunge all'impasto una robusta dose di batteria e chitarroni) sembra davvero di stare ad ascoltare sempre la stessa canzone, perché le trovate, le strutture, le melodie e anche la performance canora del nostro, si ripetono pressoché identiche da un brano all'altro, che sia il disordine industrial di "Scanner", o episodi più articolati come "Slave" e "Blind", anche se quest'ultima si fa ammirare per come incorpora nella sua progressione elementi di puro dark-ambient, e il solito ritornello esplosivo dopo la solita strofa minacciosa stavolta trascina davvero.
Ma brani come l'iniziale "Pressure" o "Before You Hate It" o la schizofrenica "Melt", tradiscono un'ispirazione che va troppo a corrente alternata, e si perdono tra mille rivoli e mille spunti disgregati, tutti molto affascinanti ma nessuno approfondito. Certo l'epico (e molto reznoriano) refrain di "In A Dark Place", di gran lunga l'episodio migliore del disco, segna un momento memorabile, ma a parte pochi episodi isolati e l'ammirevole lavoro di arrangiamento, programming, produzione e quant'altro, il disco si trascina fino alla fine (cioè all'ottima title track) con la leggerezza di un panzer.

"Jagged" si regge nella sua interezza sul suono, ormai collaudato, ma nonostante lo spiegamento di mezzi e le buone intenzioni resta un disco contraddittorio e confuso, e quanto più si agita e si contorce tanto più finisce per risultare piatto. L'esatto contrario di ciò che si voleva ottenere, probabilmente. Si voleva ottenere un magma di emozioni intense e contrastanti, e invece sembra di assistere a una sfilata di nature morte. Tanto ben fatte e rifinite, e nemmeno brutte, ma che noia.

(20/04/2006)

  • Tracklist
  1. Pressure
  2. Fold
  3. Halo
  4. Slave
  5. In A Dark Place
  6. Haunted
  7. Blind
  8. Before You Hate It
  9. Melt
  10. Scanner
  11. Jagged
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