Pebbles, ovvero ciottoli: così l’autore in questione – poiché stiamo parlando di un solista, tale Stefan Neville - decide di intitolare la sua ultima fatica, racchiudendo in un nome l’essenza di un lavoro a tratti strabiliante. Come dei ciottoli, le canzoni di questo “Pebbles” si presentano vellutate, lavorate e rifinite, nascondendo sotto i risvolti cantautorati una natura durissima e aspra, proveniente dal mondo del
lo-fi più storto di origine neozelandese.
Con sprazzi di avventuroso folk psichedelico a fedeltà bassissima e una (piccola) dose di melodia, Pumice ci accompagna ad esplorare i lidi più torbidi della sua isola, dipingendo con una manciata di accordi spartani e dissonanze un paesaggio brullo e solitario, immerso nell’aridità più assoluta.
Eccolo quindi sferzarci con le dissonanze garage-rock di “Eyebath”, ammaliarci con la solennità di una “Brownbrownbrown” e con la fiaba
floydiana di "Stopower" o sfigurarci con l’acido nello strumentale “Northland”.
I pezzi forti sono i brani in cui un
appeal più “pop” fa breccia tra gli arrangiamenti trasandati (il capolavoro è il folk-rock "storto"
à-la Neutral Milk Hotel di “Greenock”), o le lunghe nenie psichedeliche come “Spike/Spear” (11 minuti di distorsioni solenni) e “Onion Union” (strati di dissonanze, rintocchi metallici…), intervallate da siparietti acustici come “Both Beasts”.
“Pebbles” si presenta come un album sfaccettato e poliedrico, una gran prova di cantautorato alternativo che si rivela nella sua natura pura e sincera sia nei momenti più pacati che in quelli più disturbanti, sfruttando il rumore per scopi contemplativi.