Skull Defekts - Skkull

2007 (Release The Bats)
elettronica, noise

Con in organico membri (o ex membri) di Alvars Orkester, Kid Commando, Anti Cimex, Union Carbide Productions, Trapdoor Fucking Exit tra gli altri, gli svedesi Skull Defekts arrivano alla prima uscita di una certa consistenza, su Release The Bats, dopo la consueta messe di cd-r a tiratura limitata, mp3 album et simila.  Ora, posto che i nostri avevano già guadagnato una certa visibilità, seppur di nicchia, per lo split con  Wolf Eyes dell’anno scorso  - “I’m Your Angel” su Fag Bomb Records - e considerata l’attenzione ricevuta dalle musiche noise oriented in questo periodo, non è improbabile “Skkull” riesca a suscitare interesse anche presso segmenti di pubblico usualmente poco sensibili al fascino del rumore.

Perché gli Skull Defekts spiccano decisamente sulla massa di rumoristi scostumati, alla Prurient per intenderci, proponendo  un suono certamente intenso e scorticante ma che complessivamente si lascia ascoltare. Il segreto sta nell’uso saggio dell’elettronica, ovvero nel rifiutare quelle suggestioni Merzbow/Whitehouse/death industrial che tanto vanno di moda, per dirigersi verso lidi glitch Pan Sonic/Oval (quelli di "Ovalcommers"). Composizioni quindi contraddistinte da equilibrio, ordine, sequenzialità degli eventi che s’incastrano l’uno nell’altro senza dar luogo a gratuiti sferragliamenti power electronics, tuttavia alienanti nel loro metodico dipanarsi.

Trentacinque minuti in totale inaugurati dall’aggressiva “Sex Fracture”, strutturata su di un tema centrale in loop per l’intera durata, altresì attraversato da ogni genere di scoria radioattiva. Le successive “Carved In Bones”, “Breathing Your Face” e “Six Six For Eyes” mutano decisamente registro, assestandosi su tonalità meditative, senza per questo allentare la tensione.
Oltre i nomi prima citati entrano semmai in gioco memorie industrial-isolazioniste (Omit, Doc Wor Mirran, il Wehowsky solista) ad allargare lo spettro stilistico. “Carved In Bones” in particolare conferma l’impressione, nel suo oscillare tra oppressivi bordoni granulosi e insistenti pulsazioni di frequenza. Si chiude baracca con folate d’instetti ronzanti a trivellare le cervella, nell’ottima “Six Six For Eyes”. Notevole.

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