Burzum

Belus

2010 (Byelobog) | metal

Rimesso in libertà nel 2009 dopo 15 anni ospite delle patrie galere, il "prode" Varg Vikernes è tornato prontamente a indossare la nera divisa di Burzum, imbracciando nuovamente quella chitarra che più d'ogni altra cosa sembra essergli mancata durante la lunga detenzione.

Più ancora della famiglia, della sua bella casetta tra i boschi sopra Bergen, della libertà stessa? Si esagera, ma ascoltando "Belus" pare davvero di sentire come più di tutto gli mancassero proprio loro: chitarra, basso, batteria. Chitarra che non molla mai la presa, nemmeno nei brani e nei passaggi più ambient che un tempo sarebbero stati campo libero per pensosi soundscape (facile immaginarsi in queste vesti la coda onirica di "Morgenroede" e tutta la lunga "Konklusjon"), chitarra che nel brano portante "Belus Dod" si riappropria in tutto il suo furente splendore di ciò che nell'album "Daudi Baldrs" venne registrato con una poco appropriata tastiera, unico strumento accessibile a Varg durante gli anni della detenzione.

Ritorno tra le braccia di quel black-metal che pure Vikernes aveva provocatoriamente affermato di ripudiare. E invece lo ritroviamo in piena forma, ispirato dai suoi studi mitologici e dal suo mai sopito talento per il riff evocativo, capace come pochi di trascendere la violenza grezza del genere.
"Belus", il dio Bianco, lungo la traccia delle antiche, comuni origini della mitologia europea, è al contempo un viaggio musicale giù tra le radici basilari del metal nordico, passando dal thrash sopra le righe di "Sverddans" ai vortici di astrazione e rapimento della straordinaria "Glemselens Elv".

C'è una comprensibile ansia espressiva che percorre "Belus", ma non tutto il materiale è di prima qualità, e malgrado l'eccellente screaming di Vikernes, il suono appare limato delle più ostiche asperità, profondo e stratificato nei momenti più calmi ma privo di reale forza e incisività in quelli più potenti. Malgrado tutto l'impronta inconfondibile di Burzum si avverte ancora smagliante, nelle tante deviazioni dalle leggi ferree del black metal "puro", proseguendo con quella ricerca introspettiva che è stata la vera, grande rivoluzione portata da Vikernes nei primi anni Novanta.
Certo, da allora di anni ne sono passati sin troppi, e le intuizioni di Burzum sono state fatte proprie da molti artisti e sviluppate in diverse e interessanti direzioni. "Belus" non apporta nulla di nuovo, arriva anzi fuori tempo massimo, coi suoi downtempo, i suoi slanci depressive, i suoi approdi atmosferici sporcati da fetide macchie darkthroniane.

Tutto già sentito, proprio così, e d'altronde non c'è alcun bisogno di essere originale da parte di chi in quegli anni lì, '92/'93, si poneva già avanti di qualche lustro rispetto al resto dell'orda nera scandinava. Con "Belus", Burzum torna a riprendersi il suo spazio in ciò che lui più di molti altri ha contribuito a creare. "Belus" è la riconquistata libertà di portare avanti un discorso brutalmente interrotto, la libertà di tornare ad esprimersi nella propria lingua madre, con sincerità e passione.

(16/03/2010)

  • Tracklist
  1. Leukes Renkespill (Introduksjon)
  2. Belus Død
  3. Glemselens Elv
  4. Kaimadalthas Nedstigning
  5. Sverddans
  6. Keliohesten
  7. Morgenroede
  8. Belus Tilbakekomst (Konklusjon)
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