Plan B

The Defamation Of Strickland Banks

2010 (679 / Atlantic) | white soul, uk hip-hop

Plan B l'ho beccato alla radio. Questo per dire che non è il primo sconosciuto che passa - è stato al primo posto in Inghilterra - e in parte per giustificare una recensione scritta da uno che di black music non capisce nulla. L'ho sentito in radio e mi è piaciuto, quindi ve ne parlo.

"The Defamation Of Strickland Banks" è un disco d'altri tempi. Come stile, è fermo a decenni fa: soul orchestrale con voce pressoché in falsetto, bella batteria funky, gran dispiego di pianoforte. Niente elettronica, niente tentazioni modaiole - solo una voce intensa, arrangiamenti magistrali, canzoni scritte come si deve e un tema che le unisce tutte: la vita di Strickland Banks, immaginario soulsinger catapultato dalla fama alla prigione per un crimine che non ha commesso.
Solo due gli elementi palesi che collocano l'album nei nostri anni: la qualità eccezionale del mixaggio e l'impiego disinvolto della tecnica rap. Il suono è caldo, avvolgente e nitido come non mai; gli archi sono sobri, anche quando si lanciano in volute turbinose ("The Recluse"). La chitarra è l'unico elemento a permettersi un po' di ruvidezza, e quando inanella energici riff dal suono sgangherato ("Stay Too Long", "Darkest Place") lo fa con classe e discrezione.

Quando invece si passa al rap, Plan B diventa un torrente in piena. Cambia timbro, cambia perfino accento (facendosi molto più Uk) e carica a testa bassa, da vero cattivo ragazzo: "...we jus' broke the law and now we're running from cops / I go' my lip bust figh'in' now theres blood on my to'". Pare che voglia racchiudere nelle poche battute rap di questi eleganti pezzi pop tutta la scontrosità del suo precedente "Who Needs Action When You Got Words", bizzarro disco "hip-hop" per voce e chitarra acustica.

Il risultato? È un miracolo se non sembra frutto di una personalità bipolare. Gli scatti d'umore sono perfettamente incorniciati dalla musica, che alterna tensione e distensione, sostenendo il fluttuare della voce con grande perizia ritmica. Così "She Said", "What Yo Gonna Do" e "Darkest Place" sono gioielli che combinano passato e presente, delicatezza e impeto, estasi e maleducazione. Sempre animati da un irrefrenabile senso di libertà.

(16/09/2010)

  • Tracklist
  1. Love Goes Down
  2. Writing's on the Wall
  3. Stay Too Long
  4. She Said
  5. Welcome to Hell
  6. Hard Times
  7. The Recluse
  8. Traded in My Cigarettes
  9. Prayin'
  10. Darkest Place
  11. Free
  12. I Know a Song
  13. What Yo Gonna Do
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