Arduo elaborare delle valutazioni attorno a una band che a buon diritto viene, non da oggi, definita "di culto", dall'importanza storica inconfutabile, uno di quei rari casi in cui l'aggettivo "seminale" non risulta essere speso a caso.
In illo tempore gli Amebix generarono il
crust, deflagrante mix che conglobava per la prima volta l'hardcore punk dei Discharge e sonorità prettamente metal alla Hellhammer. Una piccola grande rivoluzione fissata in maniera indelebile.
Ventiquattro lunghi anni dopo l'ultimo studio album ("Monolith"), i fratelli Miller riappaiono e con loro "Sonic Mass": un'operazione di cui si fatica a comprendere il senso, un rito monocorde, un urlo nel vuoto tra fragori claustrofobici e un'atmosfera mistica che non può non rammentare - nelle intenzioni più che nei fatti - la catarsi
neurosisiana.
Il cupo tribalismo degli immancabili
Killing Joke applicato a dettami metal-core abbozza uno scenario post-apocalittico da
déjà vu stantio, innocuo, non privo comunque di scorci delicati e intimisti ("Days", "Sonic Mass Part 1") o di episodi come la conclusiva "Knights Of The Black Sun", rivelatrice di una solennità ben interpretata, che avrebbe pure potuto trovare maggiore considerazione. La messa sonica corrisponde a una celebrazione abitudinaria, ormai svuotata di significati e significanti.
Siamo al cospetto di un disco non vile, ma troppo ordinario e indistinto per poter lasciare una traccia visibile nel tempo, specie da parte di chi nacque leader e si scoprì
follower. Talvolta la storia non è così generosa con i propri figli.