Attiva da qualche anno nel giro che conta, Ema Jolly in arte Emika sfonda la porta del primo album dopo una lunga gavetta. Inglese di origini ceche, ha risieduto prima a Bristol, poi a Londra e infine a Berlino, completando il suo profilo attraverso la frequentazione di alcuni locali in veste di collaboratrice. Appassionata di techno, ingegnere del suono e ben calata nella doppia veste di produttrice e cantante, si presenta all'esordio con un'esplosione di passione per la musica pop a 360°. Già dal 2009 il suo Ep "Price Tag", contenente la chicca "Lights Go Down", aveva solleticato la curiosità dei più golosi amanti dell'elettronica pop. Insieme alla sensibilità canora e compositiva, l'artista dava già sfoggio di un controllo dei mezzi da vera navigata.
Melodie dense, ottundenti, calate in un'atmosfera catatonica da videogioco cyber-punk, mai banali o scontatamente aggressive. Dove il ritmo in 4/4 guida i giochi, le policromie dei beat giocano a nascondino facendo da contraltare alle varie discrasie circuitali. Sulle tracce dello splendido "Happy In Grey" di Damero, la Jolly, dall'aspetto androgino e seducente, evita attentamente di porsi come nuova bad girl dell'elettronica e preferisce lavorare sulla sua creazione. Tanto influenzata dal tech-pop androide di scuola berliniana, quanto plasmata dalle scosse telluriche del dubstep e degli umori Uk in campo dance, Emika ingloba perfettamente le pulsazioni lente del trip-hop, rendendo non casuale la sua passata residenza a Bristol. Supportata da una voce tagliente e da vera musa, Emika riesce a mantenere costante l'atmosfera per tutto il disco. Evitando di distendere forzatamente gli umori con folate più soleggianti, l'album si erge a monolite notturno, dal forte appeal urbano e piovigginoso, con punte dark degne di una vera goth-diva.
I singoli tech-pop raffinati e dal fascino irresistibile costituiscono il corpo dell'album (la sconvolgente malia di "Double Edge" e "Pretend", l'asfissia nella satura "3 Hours"), mentre trovano spazio strumentali pregevoli (il dubstep marziano in "Be My Guest"), i richiami bristoliani già citati (la nebbia fittissima di "Professional Loving") e momenti più arditi e rarefatti (la poesia tech-spoken-word in "Count Backwards" e "The Long Goodbye"). Non c'è spazio per un respiro salutare, perché l'estroversa "Fm Attention" è forse il pezzo più scuro del lotto, "Drop The Other" scende e risale dall'abisso con troppa velocità per riprendere fiato, e la conclusiva "Come Catch Me" ("Credit Theme" è solo un bel giochino con il piano) affonda il definitivo fendente prima di dissolversi con battiti affilati e pericolosi.
Se in ambito elettronico/dance il 2011 è stato senza dubbio l'annata di Deniz Kurtel e del suo "Music Watching Over Me", Emika ha saputo convogliare a sé la giusta ispirazione per tenere testa a cotanta bontà. Penalizzato dalla pubblicazione avvenuta sul finire dell'anno, il disco è compiutamente estroso e brumoso, colmo di disagio generazionale ed erotico quanto basta. Da gustare in una notte smaliziata con la luna a far da compagnia.