Con questo secondo album, i bergamaschi Spread offrono un esempio perfetto del concetto di gruppo migliorato con il passare degli anni. Se, infatti, l'esordio "Anche i cinghiali hanno la testa" non risultava molto convincente nel suo tentativo di unire elementi
grunge ad altri più vicini ai
Led Zeppelin, queste tredici nuove canzoni sono decisamente meglio studiate e mostrano un gruppo con maggiore padronanza delle proprie idee.
Le influenze di cui sopra ci sono ancora, accanto ad altre di matrice
barrettiana. Lo sviluppo del disco vede inizialmente singoli omaggi ai diversi modelli, tra la carica rock di "M.C. 'n.H.N.F.", l'onirismo malato di "Charlie", la solare psichedelia di "La Piramide (Signoraggio)" e la spensieratezza obliqua di "Elastico". Già questo lotto iniziale di brani è accomunato da una buona efficacia nel declinare i linguaggi specificati, ma è nel prosieguo che il disco si fa ancora più interessante, proponendo una commistione dei riferimenti citati.
Difficile, qui, distinguere tra un brano e l'altro, poiché appare tutto come un unico flusso, sul modello (fatte le debite proporzioni) della seconda metà di "
Abbey Road". Le diverse anime giocano incessantemente a rimpiattino, creando un ventaglio di contrasti e di interessanti disarmonie, in un vorticoso turbinio tra ambientazioni fiabesche, sferzate di energia e inquietanti oscurità. In tutto questo giocano un ruolo importante la versatilità vocale e quella dei testi che, sfuggenti e visionari al punto giusto, ben si accordano con il contenuto musicale.
Non è mai facile dare una seconda chance a una band dopo un debutto insoddisfacente, specie se si tratta di un gruppo italiano ancora poco conosciuto. Chi, però, concederà la rivincita agli Spread rischia di arrendersi inesorabilmente senza nemmeno voler disputare la bella.