Ayumi Hamasaki

Party Queen

2012 (Avex) | j-pop

Chiunque abbia avuto modo di venire a contatto col policromo mondo del pop giapponese, non potrà non aver sentito menzionare, anche soltanto una volta, il nome di Ayumi Hamasaki. Per tutti gli altri, basti sapere che per impatto, influenza, ma innanzitutto, trasformismo e capacità di rinnovarsi, la minuta orientale può essere considerata l'equivalente asiatico di Madonna, avendo raggiunto una popolarità e un successo che solo la "rivale" Hikaru Utada è stata in grado di eguagliare nel corso degli anni.
La celebrità è però ultimamente venuta a scemare: le recenti prove, per quanto talvolta ben più che valide, non hanno ricevuto la considerazione dovuta (quantomeno in madrepatria), complice l'inevitabile ricambio generazionale con nuove contendenti più fresche e agguerrite, e in seconda istanza, anche un notevole calo nell'estro creativo.

Arrivata a surclassare in pubblicazioni la stessa Ciccone in poco meno che la metà del tempo (d'altronde, è prassi in Giappone pubblicare un album all'anno), è comprensibile che la sua ispirazione ne abbia talvolta risentito, impedendole di affrontare, talvolta, con la dovuta sicurezza quelle che erano eventuali traiettorie verso la ridefinizione del proprio stile. Sono state esperienze che hanno lasciato però la loro impronta, contribuendo a deviare la traiettoria verso terre su cui ancora la nostra non aveva messo piede.
Sono state, appunto. E' da un buon numero di dischi oramai che il canovaccio sul quale poggiano le realizzazioni della Hamasaki presenta invariate le stesse caratteristiche, magari accentuando una volta un aspetto, per puntare quella dopo su un altro. Non sfugge a quest'incrollabile andazzo nemmeno "Party Queen", ultima fatica sulla lunga distanza a seguito del già non esaltante EP dello scorso Agosto, a titolo "Five".

E dire che le premesse parevano dichiarare l'esatto opposto. La scelta, commercialmente suicida, di non precedere all'uscita del lavoro alcun singolo promozionale, la lunga gestazione a Londra, l'introduzione di nuovi collaboratori per lo sviluppo degli arrangiamenti, e per concludere, l'adozione di un tono da pin-up postmoderna/trash per le copertine, lasciavano intendere che finalmente, le acque si erano smosse. Invece, siamo punto e a capo: di un'ipotetica svolta dance, nemmeno l'ombra, quando l'unico brano che si avvicina a quei territori (la title track, tra i rarissimi momenti appaganti nel complesso) è pieno zeppo di chitarre elettriche, per quanto pesantemente digitalizzate.
Negli altri episodi, che sfiorano l'upbeat, l'elettronica - seppur presente - preferisce fungere da sagoma, contornando alcuni dei passi più infelici della sua carriera (l'agghiacciante simil-rap maschile in "Shake It", la pochezza melodica di "NaNaNa"). Per il resto, a parte qualche eccentrica incursione in ambito jazz (il fumoso swing di "Eyes, Smoke, Magic"), effettivamente inconsueta in un repertorio altrimenti poliedrico come pochissimi altri, la caccia alle novità può dirsi del tutto conclusa.

Non che per forza sia necessario individuare spunti d'innovazione per decretare la validità di un disco, è d'altro canto vero che all'ennesima riproposizione, alquanto anacronistica, di monumentali ballate sinfoniche ("Return Road"e "Reminds Me", precise spiccicate ad altri suoi lenti passati, diventati oramai classici del j-pop contemporaneo) qualche domanda chiunque comincerebbe a porsela.
Quando poi orchestre e solennità assortite cedono il posto al versante più rock della Nostra, il risultato è talmente privo di spessore da non riuscire a strappare nemmeno uno sbadiglio (il guitar-pop vagamente collegiale di "Call", "Letter"). In tutto ciò, se i tre interludi qui inclusi, provvisti di alcune delle soluzioni di arrangiamento più stuzzicanti della collezione, avessero beneficiato di un'estensione adeguata, avrebbero potuto controbilanciare in parte la mediocrità di cui sopra.

Sempre più costretta a rincorrere le sue dirette avversarie, piuttosto che intenta a dar loro lezioni di stile, la Hamasaki, dovesse continuare su questo percorso, finirebbe con l'avviarsi da sola ad un pensionamento artistico precoce. A prescindere da ciò che potrà conseguire a un tale lavoro (tanto, è poco ma sicuro che tempo un anno e ne vedremo uscire uno nuovo), la giapponese registra il punto più basso della sua carriera dai tempi di "Loveppears". E si parla di dodici anni fa.

(08/05/2012)

  • Tracklist
  1. Party Queen
  2. NaNaNa
  3. Shake It
  4. Taskebab
  5. Call
  6. Letter
  7. Reminds Me
  8. Return Road
  9. Tell Me Why
  10. A Cup Of Tea
  11. The Next Love
  12. Eyes, Smoke, Magic
  13. Serenade In A Minor
  14. How Beautiful You Are
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