Black Rain

Now I'm Just A Number: Soundtracks 1994-1995

2012 (Blackest Ever Black) | post-industrial, soundtrack

Progetto nato dalle menti di Stuart Argabright e di Shinichi Shimokava, entrambi provenienti da esperienze post-punk come gli Ike Yar di New York e i Death Comet Crew, Black Rain arrivò a contare su cinque componenti nel periodo fra il 1989 e il 1998.
Ispirati da tendenze fortemente post-industriali ed elettroniche, capaci di fondere un tribalismo meccanico e digitalizzato con atmosfere claustrofobiche di rifugi di cemento e cunicoli sotterranei, arrivarono, attraverso un processo organico e virale, a esser inclusi nella colonna sonora della pellicola cult "Johnny Mnemonic". Nato dal racconto "Johnny Mnemonico" (1982) di William Gibson, il film divenne uno dei riferimenti più importanti della nascente cultura/estetica cyberpunk.
Un insieme pandemico di circuiti, virus, sentimenti e nuova etica digitale nasceva e apriva i primi spiragli di auto-riflessione sull'interconnessione tra tecnologia e corpo umano, tra innesti, decadenza della carne ed evoluzione delle forme ibride/transumane.
Il materiale che vediamo qui raccolto dalla Blackest Ever Black vede diverse citazioni dal disco "1.0" (1995), unico album ufficiale insieme a "Nanarchy" del 1996, ma non perde la complessità organica su cui si strutturava il suono di questa band.

Una coltre di pulviscoli e radiazioni che dà origine a stratificazioni ossessive e interconnesse. Uno skyline sotterraneo, formato da cavi, cunicoli e rifugi di cemento, in cui si sono cresciute nuove umanità primitive, sperdute tra un'oscurità claustrofobica e resti di una civiltà ipertecnologica.
Siamo introdotti da martellanti percussioni metalliche, piatte, ma forti di carica ipnotica ("Lo Tek"). Echi di parole, pioggia sporca, rumori provenienti dalle strade si aprono distorti di fronte a noi senza una direzione precisa ("Night City. Tokyo"). Ma prima ancora di poter interpretare un senso qualsiasi siamo ricondotti all'oblio. Le percussioni sono divenute più meccaniche e taglienti, siamo dentro un corpo industriale, tra pistoni, fischi e ventole di areazione. È un percorso psichico che attraversa tutto il cuore del disco: "Lo Tek Bridge"-"Biotechno"-"Lo Tek Bridge Two", e ci porta a un disadattamento melodico e mentale. Spogliandoci dei riferimenti ritmici e cromatici basilari. Adesso siamo una telecamera in bianco e nero.
Il momento di contemplazione del reale attorno a noi si avrà solo nella lunga title track, in cui un ambient stratificato sorregge inserti di field recordings e beat quasi granulari. Una preghiera tibetana concluderà quella che è stata una raffigurazione vettoriale, astratta e cerebrale della nostra trasformazione umana in semplici stringhe di comando. Uniti e suddivisi funzionalmente, senza espressività, senza individualità.

Lontani e vicini dai Nine Inch Nails più riflessivi, capaci di stratificazioni noise minimali, dai connotati più astratti e ambient, con ritmiche techno dai connotati quasi lisergici, i Black Rain costruirono una versione nuova e del concetto post-apocalittico. Il loro nome, usato dai giapponesi per definire la pioggia radioattiva caduta su Hiroshima e Nagasaki si esprime pienamente dentro la loro musica di confine tra due epoche: quella individuale umana e quella della digitalizzazione-razionalizzazione delle masse, gestita delle macchine.
Un'interpretazione del futuro che mostrava la sua imminenza, l'inizio del suo dominio sul presente.


Lo Tek

(03/04/2012)

  • Tracklist
  1. Lo Tek
  2. Night City Tokyo
  3. Lo Tek Bridge
  4. Biotechno 1 And 2
  5. Lo Tek Bridge 2
  6. Now I'm Just A Number
  7. Lo Tek Musicm
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