Otto anni dopo “Soft Command” l’ex-Posies Ken Stringfellows mette insieme l’album più ambizioso e complesso della sua carriera. Dopo aver calcato le scene coi
Rem nel loro
tour per promuovere l’album “
Accelerate", Ken assembla un sontuoso e ambizioso racconto in musica.
“Danzig In The Moonlight” è l’occasione giusta per tirare le somme su un artista destinato allo
status di
cult-musician; ombre e luci sono ancora presenti nelle quattordici tracce del suo quarto album solista (quinto se si considera l’Ep “The Sellout Cover Session Vol 1”), ma l’abile produzione offre più di un motivo d’interesse.
Ken Stringfellow mette a nudo tutte le sue passioni, dai
Bee Gees prima maniera in "History Buff" al soul Motown in “Pray”, fino al musical hollywoodiano nel
pastiche sinfonico di “4am Birds - The End Of All Lights - The Last Radio”, con risultati però non sempre convincenti.
Mai banale o fuori linea, la musica di Ken Stringfellow possiede la chiave per concentrare in pochi minuti melodie pregevoli che catturano l’ascolto senza stupire. Country, psichedelia dai toni soft, pop e soul si incrociano dando vita a un folk-rock dai toni melodrammatici (“Jesus Was An Only Child”) a volte oppressivi (“Odorless, Colorless, Tasteless”), che si liberano improvvisamente in splendidi affreschi pop, come l’affascinante “Superwise” o la succulenta “You’re The Gold”.
Non mancano comunque autentici colpi di genio: “110 Or 220V” è un'incantevole e suggestiva
ballad alla
Crosby & Nash, che si candida come una delle sue migliori canzoni di sempre, mentre il duetto con Charity Rose Thielen (cantante degli
Head And The Heart) offre le stesse emozioni, con un sapore agrodolce più intenso che rende evidenti le doti di
songwriting di Stringfellow.
“Danzig In The Moonlight” non è comunque l’album della consacrazione definitiva dell’autore, ma un altro elegante tassello di una storia musicale degna di rispetto.