E' da qualche anno che in giro è un gran parlare di
footwork,
juke e termini annessi. Certo, ancora non siamo arrivati ai livelli del dubstep e di quanto ci ruota attorno, ma date tempo al tempo, e vedrete che il futuro dell'elettronica passerà anche da qui. A dire il vero, lo sta già facendo. Come al solito, la Planet Mu ha l'occhio lungo e non ha tardato a rendersi conto di quanto la scena juke, invero dalla lunga storia (nata nell'underground di Chicago a fine anni '90 come evoluzione e arricchimento della floridissima
ghetto-house, e diramatasi poi anche nell'attuale movimento footwork), abbia cominciato ad influenzare ben più che le produzioni locali e a diffondersi a macchia d'olio, sbarcando infine pure nel Vecchio Continente (Addison Groove e in parte
Kuedo).
Dopo due eccellenti raccolte che riunivano il meglio della produzione footwork delle ultime stagioni, ecco pubblicato, sempre dall'etichetta summenzionata, l'esordio sulla lunga distanza di uno tra gli antesignani della corrente, tra coloro che ne hanno seguito passo passo la crescita e lo hanno portato adesso a rappresentare l'avamposto del nuovo pensare elettronico.
“Da Mind Of Traxman” è il primo tentativo di Cornelius Ferguson, in arte appunto Traxman, di mettere ordine in una carriera dal notevole spessore creativo, ma fin troppo dispersiva nelle pubblicazioni, in uno sciame di comparsate su dischi altrui ed Ep in formato perlopiù digitale che hanno frammentato gli sviluppi del suo progetto. La ricostruzione diventa infine possibile con questo primo album, e che permette di saggiare l'ampiezza delle soluzioni finora sperimentate da un autentico fantasista, dal più concreto e nostalgico degli esponenti della scena.
Sono sì diciotto brani, e l'ascolto che ne consegue non è di certo dei più agevoli (e la situazione non viene migliorata anche a causa di qualche momento di stanca); è però una lunghezza giustificata anche dal voler fornire al proprio uditorio una
full-immersion nel passato, nel presente, e perché no, anche nel futuro del produttore e del genere stesso. Ecco quindi come la documentazione sonora su cui l'intero lavoro poggia, al di là dei
pattern ritmici tipicamente
footwork, modernissimi, rinserrati e molto spesso pure in tempi dispari, è una lussuosa e sentita operazione-recupero, un rispolvero in grande stile (ma dall'innegabile carattere) di quanto la Windy City abbia saputo donare come lascito alla storia della musica contemporanea.
Perché a ben guardare, nella mente di Ferguson è tutto un agitarsi di geometrie funk/soul (“I Need Some Money”, “Lady Dro”), saette hip-hop al cardiopalma (“Conq Dat Bitch”, “Let There Be Rockkkkk” e le sue grezze staffilate elettriche), astrazioni jazz a profusione (“Itz Crack”), il tutto inserito in un menù fastoso e scoppiettante che rischia seriamente di procurare un'indigestione. Di fatti, questo campionario di
black music evoluta, trascinata nella bufera caotica degli anni '10, nella copiosa varietà nei richiami e in una veste sonora ruvida ma tutt'altro che dozzinale, funge da nutrito raccoglitore, da esauriente prospetto di una creatività insolita e singolare, piuttosto che da progetto unitario in cui rintracciare una linea comune.
Se quindi la giustapposizione tra la violenza al fulmicotone di “Callin All Freaks” e la fine manipolazione ritmica della spigolosa “Slip Fall” è una tra le tante riscontrabili in una scaletta un po' zoppicante e tutt'altro che fluida, è nell'episodio singolo che Ferguson sfoggia tutto il
savoir fair e l'esperienza conquistati negli anni. Claustrofobiche scaglie
acid (eccellente in tal senso “1988”) e intelligenti campionamenti R&B (“Setbacks”) sono infatti l'ennesimo appiglio che serve al
producer per sciorinare ulteriori lati di una personalità complessa e onnivora, che in questa giostra prova a ridestare anima, mente e corpo all'unisono, proiettandoli dritti verso l'avvenire.
Giocare di maggiore compattezza potrebbe rivelarsi la carta vincente in vista di pubblicazioni più persuasive, era però da tanto tempo che alle strade di Chicago mancava una colonna sonora così radicale e d'impatto. E che questa radicalità, questo eccentrico manifesto delle potenzialità del footwork, possa tramutarsi in inno.