Valgeir Sigurdsson

Architecture Of Loss

2012 (Bedroom Community) | modern classical, ambient

A due anni dall'uscita dell'interessante “Draumalandið”, colonna sonora ideata per accompagnare in musica l'omonimo documentario incentrato sull'intensivo sfruttamento industriale della sua terra, appare chiaro come quella dell'islandese Valgeir Sigurðsson non sia stata esclusivamente una parentesi, una deviazione estemporanea dal tragitto principale, ma l'avvio di una seconda fase della sua carriera, lontana per quanto possibile dai fasti elettronici che lo hanno lanciato come produttore e compositore.
La conferma giunge puntuale coi dieci brani racchiusi in questo “Architecture Of Loss”, che vedono il fondatore della Bedroom Community (sotto la quale è uscito anche il lavoro in questione) proseguire nella ricerca di una ambient-music vibrante e istintiva, costruita su intense trame orchestrali, in cui tutti gli apporti esterni e le manipolazioni a posteriori siano ridotti al minimo essenziale, favorendo così una resa più diretta e immediata del materiale sonoro. Il percorso del musicista dei ghiacci approda così, con la terza prova in solitaria, ad un nuovo livello di sintesi, incanalando le influenze neoclassiche in un corpus espressivo cangiante e dai marcati risvolti emozionali, che si faccia tramite dei più disparati moti dell'anima.

Già la presentazione tradisce ad ogni modo gli sforzi a cui è volta questa raccolta di strumentali: ideati in primo luogo come commento musicale ad una performance di danza di Stephen Petronio, i brani ben immortalano l'atmosfera suggerita dal titolo cupissimo, nero come la pece e foriero di scenari tutt'altro che rasserenanti. Di fatti, è un'inquietudine incessante, un buio che si fa sempre più fitto, a ispirare il decorso delle composizioni di Sigurðsson, volte a descrivere con la massima fedeltà possibile quell'architettura della sconfitta che non è solo un intrigante biglietto da visita con cui proporre un nuovo progetto.
“Architecture Of Loss” è così un lavoro capace di ergersi sulle sue gambe anche fuori dall'ambito per cui è stato appositamente ideato, un album vero e proprio pensato anche per la dimensione dell'ascolto puro. Costruite essenzialmente su avventurosi e tormentati ricami di viola, e col contributo non certo secondario di elettronica e pianoforte (suonato dall'amico e collaboratore Nico Muhly), le tracce, in un tripudio sinestetico in cui concetti come ritmo e melodia vengono se non superati, quantomeno stravolti nelle modalità d'utilizzo, suggeriscono una rassegnazione interiore e un mondo esteriore in completo disfacimento, denso di visioni da apocalisse compiuta.

Anche quando il suono prende la strada di una minore severità timbrica (aiutato in questo dall'ampio spazio lasciato ai disegni pianistici di Muhly, come nella cameristica “Erased Duets” o nella dolente intensità di “Plainsong”), il lavoro non prescinde mai da una profonda inquietudine, legata anzi a doppio filo alle vibranti partiture dirette con accortezza dalla mano di Sigurðsson, una mano che accompagna col suo tocco accorto, crea e dissolve quando è necessario.
Il brulicante polverio elettronico che si snoda tra i sinistri bordoni di archi, atti a garantire un'impeccabile omogeneità di fondo, dà proprio l'idea di quanto detto, prendendo le sembianze o di caliginoso accompagnamento dai toni ambient (“Guardian At The Door”, “Big Reveal”), o di crepitante rumorismo nel quale svaniscono irrequieti affreschi orchestrali (“Reverse Erased”), in un assiduo alternarsi tra cooperazione e dissoluzione.

Vista la natura del progetto, e l'assetto estremamente minimale delle composizioni, il lavoro, pur non mancando di un taglio decisamente personale, mostra nella sua estrema compattezza d'insieme di non possedere talvolta la spinta necessaria per superare lo scoglio di una certa ripetitività delle soluzioni.
Se indubbiamente (e lo si è già specificato) “Architecture Of Loss” è un'opera dotata di una sua forte solidità, a volte il presentimento è che al musicista di Reykjavík stia davvero stretta oramai la dimensione di “artista per committenza”, e che ancora gran parte del suo reale potenziale sia rimasta inespressa. Anche con questa limitazione, i monumenti al fallimento qui scolpiti possiedono materiale in abbondanza per confermare la consistenza artistica di uno dei più importanti rappresentanti musicali dalla terra dei ghiacci.

(20/02/2013)

  • Tracklist
  1. Guard Down
  2. The Crumbling
  3. World Without Ground
  4. Between Monuments
  5. Guardian At The Door
  6. Erase Duet
  7. Reverse Erased
  8. Big Reveal
  9. Plainsong
  10. Gone Not Forgotten
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