Van Halen

A Different Kind Of Truth

2012 (Interscope Records) | hard-rock

Finalmente una voce che si degni di rispondere a questo dannato citofono. Il postino quasi non ce la faceva più a stare in sella alla sua Graziella, oberato dal peso ultradecennale di missive sempre respinte al mittente. Un vagone di raccomandate, proposte, richieste al limite della preghiera. Non c'è niente da fare, il grado di nostalgia che attanaglia il mondo del fanatismo rock ha ormai raggiunto livelli insostenibili, in barba a tutti quelli che se la sudano per provare a portare alla luce tentativi anche minuscoli di rinnovamento.
Il tifoso medio ha bisogno di rassicurazioni, coccole, di una guida esperta che sappia cristallizzare l'unico vero momento in cui l'esistenza valga la pena di essere vissuta: l'adolescenza. Eddie, anche detto l'Olandese Volante, il trapezista a cui mai è servita una rete di protezione alla fine ha ceduto alle lusinghe: alzare la cornetta e richiamare alla base il capo clown, Diamond David Lee Roth. Proprio lui, l'unico sfidante al trono di Heather Parisi.

Ordunque, è arrivato il momento di varare il Van Halen IV, riproposizione quasi esatta della magica combinazione che incendiò i palchi e le palestre di aerobica a cavallo tra i 70 e gli 80, che ridefinì le coordinate della chitarra moderna, che aggiornò il modello di hard rock, che lanciò l'hair metal, che seppe portare in cima alle classifiche la cosiddetta musica "dura" ammantandola di synth pop e infischiandosene altamente delle reprimende e dei nasi storti.
"A Different Kind Of Truth", che è come dire guardateci da un'altra prospettiva. Che poi è sempre la stessa: uno spartito hard'n'heavy luccicante, dinamico, plastico, particolarmente adatto per fare da soundtrack a qualche highlight motoristico o ai ricordi di una giovinezza ormai trascorsa. Tredici brani e una successione di riff spettacolari per chi ci crede, per chi ha fede, per chi pensa ancora di avere i capelli oltre le scapole.

Van Halen non è più solo un progetto musicale, o un business dai rendiconti stellari, come testimoniano le cifre degli ultimi due tour americani; è un rifugio per i protagonisti e per gli adepti. Un focolare cui da quasi 30 anni mancava l'altro elemento basilare oltre le evoluzioni acrobatiche della Frankenstrat dello shyboy Edoardo: l'ugola sbruffona e la boccaccia ironica del cantante saltimbanco.
Che sì, non sa cantare, se ne è sempre fregato del processo creativo, preferendo maramaldeggiare con le ragazze delle prime e seconde file, però... Però Sammy Hagar era "solo" uno dei tanti screamer, professionale, sufficientemente appassionato ma dov'era la pazzia, quello scarto dalla normalità che ti issa su un altro livello?

Così, terminata l'infinita querelle, sfociata anche in episodi non proprio eleganti, il Jumper folle è tornato all'ovile, deciso a resistere con la solo forza del sorriso alle pressioni della Famiglia (oggi allargata con l'inclusione di Wolfie, figlio sovrappeso di Edward, al quattro corde in sostituzione del defenestrato Michael Antony). E come d'incanto, riecco le spaccate volanti, il berciare ruvido, vagamente infantile ma anche fortemente debitore della tradizione blues; le scorribande iperveloci ma lucide e ad alto tasso melodico-ritmico offerte dalla coppia di fratellini.
Il tutto confezionato facendo leva su una produzione deluxe capace di far risaltare senza troppi artifici anche il più inudibile miagolio prodotto dalla leva di Eddie, il suo proverbiale swing creato in combutta con le pelli e i piatti di Alex. Ed è come ritornare indietro nel tempo, sentirsi giovani e spericolati. Basta crederci. Il postino non ci voleva credere, ahilui, ma da domani la posta del cuore appesantirà ulteriormente la sua cartella: è il momento dei ringraziamenti.

(08/02/2012)



  • Tracklist
  1. Tattoo
  2. She's The Woman
  3. You And Your Blues
  4. China Town
  5. Blood & Fire
  6. Bullethead
  7. As Is
  8. Honeybabysweetiedoll
  9. The Trouble With Never
  10. Outta Space
  11. Stay Frosty
  12. Big River
  13. Beats Workin'
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