Alberto Radius

Banca d'Italia

2013 (Videoradio/Self) | pop-rock

La classe non è acqua. E dire che nel tourbillion delle spesso trascurabili uscite discografiche, questo disco ha rischiato di restare impigliato nel fugace ascolto concessogli lo scorso inverno, alla sua uscita. A volte succede che, fra noia imperante e malriposta curiosità, il numero giusto ce l'hai a portata di mano, nell’agenda di quelle vecchie conoscenze che raramente tradiscono, solo che non te ne accorgi. Questo perché, dalle nostre parti, si vive ormai della pigrizia suscitata dai comunicati stampa, che rimandano all’ultimissima uscita dell’ultimissimo cantautore indie, in una serialità che tramortisce non meno degli ascolti che ci tocca sorbire, oppure dell’angoscia del mainstream, che propina i troppi transfughi di Sanremo, o le vittime più o meno consapevoli dei talent show (segnatevelo, ci ritorneremo).

In questo contesto, che mortifica la nostra tradizione musicale (qualche pietanza si salva, per carità, ma il problema sta nel brodo), un signore più che settantenne, dopo quasi dieci anni di silenzio, decide di dedicare le sue attenzioni (anche) alla Banca d’Italia. Crediamo senza nessun conto milionario da esibire giacché, nonostante il pedigree di oggettiva eccellenza, il suo nome non rientra per tanti motivi fra quelli degli ascolti “impegnati” sciorinati in ogni dove per farsi belli. Il conto, semmai, Radius ce l’ha in sospeso per definizione, e con esso i sassolini da cavare dalle scarpe, conditi da qualche pietra – perché no - da lanciare, forse memore di quel ghetto volontario in cui si pone, da sempre, la sua prospettiva. Rimasto orfano del fido paroliere e amico Oscar Avogadro ad opera da poco iniziata, per completare l’album Alberto si è preso il tempo di chi non ha fretta di dimostrare per forza qualcosa, rispolverando i provini di trent’anni di musica, affidando i testi che Avogadro non ha potuto scrivere alla penna di Tullio Pizzorno e Andrea Secci e a Johnny Pozzi il ruolo di suo alter ego in sala d’incisione.

Il risultato è una rinnovata ispirazione che ripercorre con sagacia tutte le connotazioni della carriera solista da “Che cosa sei” in poi, diluendo lungo quindici canzoni l’abituale sarcasmo, una distaccata e - a volte - divertita constatazione di come gira il mondo, fra attualità, metafore di vita, e nostalgie che tengono a debita distanza il luogo comune. L’abito di “Banca d’Italia” è quello di un pop-rock ritagliato su melodie orecchiabili ma mai banali, corroborato da una voce che non sembra aver pagato alcun pegno al tempo, e arrangiato con la maestria di chi ha da sempre un rapporto simbiotico ed esclusivo con la sala d’incisione. Come un vecchio artigiano depositario di un’arte antica, Radius sa bene dove mettere le mani per conferire un’anima alla sua produzione, con mille accorgimenti che compensano la presenza in studio di due soli attori, senza mai strafare, nemmeno con quella chitarra che pure avrebbe più di una ragione per prendersi il centro della scena (eppure c’è, eccome se c’è).
Così tutto diventa funzionale alle pop song: “Banca d’Italia”, ancora con Avogadro a cantarle a un sistema che ci ha sfilato dalle tasche le speranze prima ancora che i quattrini, “Il tango di Dedalo” e “Il girone dei dannati”, con le loro metafore sospese fra amarezza e rimpianto, “Düsseldorf”, una storia di vita ordinaria fra segreti insospettabili, e inconfessabili. Poi ci sono i falsetti di “Nell’universo mondo” e le infinite malinconie di “Come suona il tempo” gli ultimi versi di un Avogadro che tocca corde nascoste eppure mai così scoperte: “Si è bambini per passione, grandi per fatalità… la vita si impara traslocando, fra cielo e fango non sei mai neve...” e ancora “questo flusso di parole che dà voce al silenzio, questo lusso della maturità: sono e non penso…”, emozioni a briglia sciolta, per chi desidera emozionarsi senza troppe mediazioni.

Sempre a proposito di emozioni, l’amico paroliere viene tributato come si conviene in “Faccio finta che ci sei”, che è poi il pensiero guida di tutto l’album: dissimulata in un funkettone elettronico, è la penna di Tullio Pizzorno eterodiretta dall’affetto di Alberto a scandire il più sentito dei ricordi: “Oscar vivi dentro alle tue parole, e se la musica non c’è, anche il mio silenzio si può cantare, così com’è… dopo una sigaretta, e dopo un’altra e un’altra in più, nasce la prima strofa e un ritornello forte, tanto forte che poi ci beviamo su…” , il tutto citando nel mezzo i titoli di “Ricette”, “Celebrai “, “Nel ghetto”, le tappe di un sodalizio cruciale.
Ma non c’è Radius senza beffa, e allora eccola nel sarcastico samba rock di “Talent show” (la cui coda strumentale rende il meritato riconoscimento ai virtuosismi di Johnny Pozzi), mirabile istantanea del prototipo di cantante finto umile che si presenta alla Tv per giocarsi ogni sua carta pur di raggiungere un successo di plastica, di quelli destinati il più delle volte all’oblio: “Dalle cinque son qui, tutti in fila così aspettando un provino, tengo duro perché in questo artista che è in me dovranno credere… sono pronto anche se, un giudice si incazza con me”. E’ tornato Alberto Radius, per nulla scalfito dall’incedere del tempo, il sorriso beffardo incorniciato in un cespuglio di capelli, come sempre sardonico e affilato, come sempre ben oltre le mode. Ma a ben pensarci, non se n’era mai andato.

(12/05/2014)



  • Tracklist
  1. Banca D’ Italia
  2. Il tango di Dedalo
  3. Colombo e l’uovo
  4. La cerchia dei dannati
  5. Faccio finta che ci sei
  6. Düsseldorf 
  7. Nell’universo mondo
  8. Talent Show
  9. Dimmi chi ha vinto
  10. Non vale più
  11. La creazione
  12. Piccoli amici
  13. Chiede aiuto quella madre
  14. Count down
  15. Come suona il tempo
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