A ben dieci anni dall’ultima uscita, Mick Turner pubbica un nuovo disco solista, essendo certamente più conosciuto come chitarrista dei
Dirty Three. “Don’t Tell The Driver” piacerà senz’altro, col suo tono sempre Melville-iano di grandi imprese oceanografiche/esistenziali, ai fan della band, ma anche a chi cerca toni più chamber-folk, da cantastorie un po’ bevuto seduto vicino al fuoco - particolare affascinante del disco è proprio questo tono Tolkien-iano.
Un senso di celata
grandeur e di placida malinconia, che ricorda un po’ l’ultimo
Bill Callahan, permea infatti questo lavoro, segnato da ritmi claudicanti, pellegrini e da una frequente presenza vocale, soprattutto femminile. La fratturazione ritmica porta a volte alla comparsa delle solenni meditazioni elettriche già conosciute (“Here’s A Way”), generalmente alleviate da accompagnamenti di fiati o fisarmonica (si vedano anche “The Last Song” e “Long Way Home”).
I lati più interessanti del disco rimangono però quelli legati all’arrangiamento e all’esecuzione (riconoscibilissima), più che alla scrittura, variamente legata agli stereotipi di genere (la progressione chiassosa e volitiva della
title track, l’ambigua elegia di “Gone Dreaming”).
Prodotto cosiddetto “per fan”.