Sugar Stems

Can't Wait

2013 (Screaming Apple) | power-pop

Per quanto assolutamente minoritario rispetto all’ormai inflazionata formula della band “coniugale”, ogni tanto anche lo schema dei gruppi “a doppia coppia” torna a far capolino in ambito pop. Se gli ABBA rimangono ad oggi il riferimento più ovvio e mainstream, compagini meno celebrate ne hanno ricalcato la struttura riuscendo in qualche caso a proporre lavori degni di nota. Nel vivacissimo sottobosco alternative statunitense di fine anni ’90 è successo per esempio con gli Imperial Teen e i loro primi due album, “Seasick” e “What Is Not to Love”, autentiche perle tra power-pop e bubblegum in quel decennio. In tempi più recenti e in territori sonori non distanti, è capitato agli Sugar Stems, formazione di Milwaukee capitanata da Betsy Borst, già nell’effimero supergruppo garage revival tutto al femminile The Flips. Li avevamo lasciati nel 2010 al notevole “Sweet Sounds of the Sugar Stems”, brillante primo capitolo dagli smaccati aromi passatisti, e li ritroviamo adesso che il loro sophomore è cosa fatta, con la fisionomia della classica band che non reinventerà la ruota del pop pur sapendola far girare con buona disinvoltura e con la dovuta passione.

L’entusiasmo di quasi tre anni fa – occorre dirlo – con questo “Can’t Wait” esce in parte ridimensionato dalla prova senza appelli delle cuffie: la scrittura è efficace ma sostanziale mentre l’esecuzione non riesce a cancellare l’ombra degli automatismi quasi scolastici cui il gruppo ricorre con maggior frequenza. Il talento easy listening della Borst pare comunque articolo cristallino e difficile da contestare, ideale quando si padroneggiano i cliché di un genere che ha i suoi punti di forza negli ariosi incroci corali e nella schiettezza catchy di chitarre tanto agili quanto innocue. Anche al di là dei pochi veri picchi (“Love You to Pieces” con il suo altissimo coefficiente di tipicità e ironia, “Landline Static” e l’opener “Greatest Pretender”) la norma resta lusinghiera, i ritornelli si confermano discretamente micidiali e il disco ha il pregio di non dilungarsi più del necessario, scongiurando così esiti ridondanti o troppo stucchevoli.

Manca sicuramente l’effetto sorpresa dell’esordio ma va riconosciuto come, grazie al mestiere, il limite non risulti poi così penalizzante. Gli Sugar Stems irretiscono con il loro pop-rock trottante e piacevole ancorché epidermico e rinunciano all’aura sixties quasi miracolosa con cui avevano impressionato in precedenza, spostando la barra delle proprie smanie revivaliste a cavallo tra anni 80 e 90. Veloci e zuccherini pur senza mai rischiare con la grandiosità eterea di certe delizie twee, guardano piuttosto al modernariato ancora non troppo pregiato delle Bangles e delle Go-Go’s, dei Primitives o della prima Juliana Hatfield.
Non stupisca il plausibile rimando a Natalie Merchant tra le pieghe melodiche di “Magic Act” o “Told You So”, visto che i 10.000 Maniacs spensierati di “Our Time in Eden” rientrano tra i principali indiziati (assieme alle Indigo Girls nella loro fase disimpegnata) quando si parla di influenze. Come detto il gioco si arresta proprio quando comincia a mostrare la corda, garantendo così alla compagine del Wisconsin qualche nuovo giro di ascolti in chiunque abbia buona familiarità con questi suoni. Non sarà certo il massimo come prospettiva, ma in tempi di pura schizofrenia come questi non è neppure poco.

(30/03/2013)

  • Tracklist
  1. Greatest Pretender
  2. Like I Do
  3. Can't Wait
  4. Landline Static
  5. Magic Act
  6. Get To You
  7. Told You So
  8. Make Up Your Mind
  9. Love You To Pieces
  10. 6 Feet Under
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