Bella definizione quella di "rumore insolente": rende bene l'idea di un'attitudine che ai jazzisti snob sembra più un capriccio che una forma d'arte. Questo il nome del festival musicale organizzato a Pisa, dove è stata registrata la terza traccia in scaletta di “The Golden Years”. Martin Siewert, Joe Williamson e Martin Brandlmayr – i tre Trapist – sono musicisti in grado si suonare anche forme più canoniche di jazz e di rock. Eppure il loro interesse quando si ritrovano ad incidere insieme è quello di trovare dei ponti tra l'improvvisazione noise, l'armonia del jazz e i timbri dell'elettronica e del rock più sperimentale.
Responsabile delle tinte jazz è soprattutto Williamson, che con il suo contrabbasso colora tutte e quattro le tracce del disco. Le chitarre e l'elettronica di Siewert sono la parte più sperimentale e anche più epidermica dei Trapist, mentre l'estro del percussionista, nonché pianista, Brandlmayr è l'asso nella manica del gruppo, capace con i suoi timbri di rendere accessibili anche le composizioni più astratte.
“The Golden Years” è il terzo album per i Trapist in dieci di attività. A ben vedere è anche quello più accessibile. Quattro tracce in scaletta, divise come su un vecchio vinile due per lato, una lunga e una più breve. E a proposito di viaggi nel passato: “The Golden Years” sembra omaggiare proprio i vecchi dischi della Ecm degli anni 70. L'atmosfera è legata al concetto di ambient, anche se improvvisazione e rumore non abbandonano mai la scena.