Augustines

Augustines

2014 (Caroline) | indie-rock

Cosa ci fanno Ryan Reynolds ed Elijah Wood sulla copertina di un album assieme a Marco Masini? Facezie a parte, non ce ne vogliano gli Augustines se un po’ li dileggiamo. E’ solo che, per una volta, appare più sensata una simile attività piuttosto che il costringersi a discettare del mero ambito musicale.

E questo è quantomeno singolare, considerati i protagonisti. Billy McCarthy e Eric Sanderson ci avevano infatti abituati piuttosto bene: prima con i Pela e l’ottimo esordio “Anytown Graffiti”, quindi con i We Are Augustines che, in occasione di questo sophomore, rinunciano ai convenevoli delle presentazioni in prima persona per riabbracciare l’intestazione che si erano dati in partenza. Il problema di “Augustines” è che, con quelle cinque lettere introduttive, il terzetto newyorkese di stanza a Seattle pare aver perso anche buona parte della propria genuinità.
Di certo si è sfrondato – e molto – in ottica minimalista, come dimostra l’avvio a ritmi blandi di “I Touch Imaginary Hands”, l’ispida voce da seduttore di Billy a infrangere il silenzio con tutta la grazia e l’equilibrio del caso. E’ però la successiva “Cruel City” a segnare il passo, un numero à-la National improntato su una sorta di statuario tribalismo che lascia perplessi, soprattutto per una coralità posticcia, tronfia e ingombrante ben oltre il necessario. Dopo il dolente autobiografismo del precedente “Rise Ye Sunken Ships”, segnato a fondo dal suicidio del fratello del cantante, James, un certo disorientamento è inevitabile.

Le trame si sono inaridite sino a diventare semplici linee di evidenziatore. Appesantite però, anabolizzate, dal tocco dell’esperto Peter Katis. Il sound ostenta quella ruvidezza studiata a tavolino che è oggi così frequente nell’alternative baldanzoso ma addomesticato e, nonostante qualche buona suggestione qua e là, prevale ovunque un clima da apoteosi sbandierata, di ottimismo anthemico e forzato, che ai più smaliziati non potrà che risultare alquanto fastidioso.
Il cantato strozzato del leader (lontane reminescenze Seven Mary Three) non basta a conferire un’anima nemmeno a quello che è il miglior passaggio dell’album, “Don’t You Look Back”, né all’appena decente “This Ain’t Me” (che pure sa di compitino) o alla discreta “Now You Are Free”, ancora troppo limitata dalla sua salmodiante programmaticità. Accelerazioni e marcature enfatiche fanno atto di presenza, sempre un tanto al chilo, con una prevedibilità a dir poco disarmante. L’illusione è che, se il suono è quello (ritenuto) giusto, sia sufficiente uno strappo, una pura ipotesi di lacerazione emotiva, per fare una canzone.

I tre statunitensi esibiscono allora come una coccarda la loro disinvolta abilità nel giostrare tra vuoti e pieni, tra quiete e tempeste, e passi che il materiale non possa essere più risaputo di così. Tralasciano però di segnalarci come quelle di “Augustines” siano tutte, immancabilmente, tempeste in un bicchier d’acqua. Il gruppo sembra voler perseguire un ideale di bellezza plastica e persino tattile, ma mostra di aver completamente smarrito la bussola del cuore: per una band che si era sempre dimostrata autentica e sanguinante, questo non pare essere proprio un inconveniente di poco conto. Altrove è una meraviglia più estenuata l’obiettivo di massima, anche se difetti e risultati si confermano gli stessi. Spiace, perché i musicisti le qualità hanno dimostrato di averle, ma qui la loro accuratezza è rivolta esclusivamente alla prolungata estetizzazione imbastita sul piano formale, con esiti algidi e narcisistici che vorrebbero – per converso – suonare coinvolgenti.
Non vanno meglio i momenti in apparenza più posati ed estatici (l’insipida “Walkabout”, ad esempio, con il suo crescendo da sbadigli), che indugiano in una spenta celebrazione dell’armonia, assai poco credibile con un simile armamentario a disposizione. E un pianoforte adulatore, da solo, non può certo forzare l’inerzia, specie se improntato a una flemma dalle proprietà sedative come accade in “The Avenue”.

Di fatto una via di mezzo tra due delle compagini in passato più prodighe di endorsement nei confronti dei We Are Augustines (o dei Pela), quella di Matt Berninger e i Counting Crows (abbondano, a dirla tutta, anche gli echi di marca Editors), per un disco che odora di magniloquenza sino al giubilante tripudio di “Hold Onto Anything” ma non è in grado di riscattare con la prestanza dell’impianto ritmico e il diluvio di cori e controcori (complici i Mates Of State) una sconfortante piattezza di fondo. Restano le preminenti, roche impressioni vocali di McCarthy, ma non ci si emoziona mai davvero.

Un album, insomma, inutilmente muscolare. Diligente nel riproporre una certa idea di indie-rock – vanesio e plateale – che promette faville e sing-along a profusione nelle arene, sempre che gli Augustines riescano ad arrivarci.
Con simili premesse, potremmo dirci sorpresi del contrario.

(02/04/2014)

  • Tracklist
  1. Intro (I Touch Imaginary Hands)
  2. Cruel City
  3. Nothing To Lose But Your Head
  4. Weary Eyes
  5. Don't You Look Back
  6. Walkabout
  7. Kid You're On Your Own
  8. This Ain't Me
  9. Now You Are Free
  10. The Avenue
  11. Highway 1 Interlude
  12. Hold Onto Anything
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