Su quel che ha fatto Donato Dozzy negli ultimi anni non dovrebbe essere necessario nemmeno spendere parole. Il suo è uno di quei casi di impennata improvvisa, di consacrazione tardiva: dopo aver speso tre quarti degli anni della sua carriera ad animare le notti del Brancaleone di Roma e a movimentare con poche, miratissime produzioni il sottobosco elettronico di casa nostra - imbarcandosi tra l'altro nell'impresa quando quest'ultimo ancora era cerchia decisamente ristretta a pochissimi - d'improvviso il mondo pare essersi accorto di lui. Il motivo? Principalmente
Voices From The Lake, ovvero il più bel progetto dub-techno mai realizzato entro i confini del Belpaese, frutto del formidabile binomio fra un veterano dai gusti vastissimi e un potenziale e talentuoso “allievo” (Giuseppe Tillieci
aka Neel).
Nei due anni seguenti le tappe si sono moltiplicate come in una reazione a catena: il chiacchiericcio (sì, si trattò di vero, autentico
hype!) generato dall'esordio omonimo delle “voci del lago” è giunto a far breccia ben oltre i confini europei, arrivando ben presto oltreoceano e non sfuggendo alle orecchie attente di John Elliott. Annusata la ghiotta occasione, l'ex-
Emeralds non ha dunque atteso e ha presto fatto accasare il
producer romano presso la sua Spectrum Spools, ricevendo in cambio al primo appuntamento discografico un
mezzo capolavoro su “libretto” di
Bee Mask. A nemmeno un anno di distanza, il passo secondo dell'operazione-Elliott si concretizza oggi in una ricerca in quel passato artistico che rappresenta una delle esperienze più importanti per l'elettronica nostrana, rimasto a lungo a suffragio di pochi, fortunati appassionati, di cui uno spicchio importante torna oggi a brillare.
La macchina del tempo è spedita nel periodo a cavallo tra 2009 e 2010, quando la coppia formata da Dozzy e l'amico di lunga data e appassionato di tribali Manuel Fogliata
alias Nuel – altro nome che a Londra ci invidiano e meriterebbe tutt'altra considerazione e notorietà - diedero alle stampe due 12” senza titolo dalle monocromatiche tonalità opposte, nero prima e bianco poi. Il tutto in tiratura limitatissima per la
micro-label Aquaplano, una creatura dalla vita brevissima ma abbastanza lunga da riuscire a ospitare fra le sue file pure Sua Signoria della chimica del
groove, Mike Parker - non a caso fra i punti di riferimento centrali, per approccio più che per sonorità, alla proposta dei due mini-lavori. Quattro brani per ciascun vinile che sono ora raccolti su questo “The Aquaplano Sessions”, e che rispecchiano nel
mood e nell'attitudine i due colori scelti per i
packaging delle loro edizioni originali.
I quattro reperti di “Aquaplano 000” (il “vinile nero”) sono altrettanti scavi in una techno umida e lussureggiante. In tal contesto i connotati variano però in maniera considerevole, passando dalla purezza gelida dell'
opener (qualcosa che ricorda parecchio i lavori di
Vladislav Delay a nome Uusitalo) allo sfogo tribale controllato ma irrefrenabile del quarto brano, compimento di un rituale già avviato in tempi dispari nel secondo e spezzato dal crudele spruzzo acido (
Aphex Twin, o meglio, Polygon Window) del terzo. Suoni da viscere che, una volta attraversate, conducono nel non-luogo di “Aquaplano 1111” (il vinile “bianco”): la pulsione di “Aqua 6” illustra l'assenza di coordinate spaziali definite, e la medesima situazione si ripete nell'ossessione meccanica di “Aqua 7”, dove viene a mancare pure la luce. Nell'emersione paradisiaca di “Aqua 6” prima e nel mantra ultraterreno della chiusura poi, anche il tempo arriva a liquefarsi, portando a compimento un viaggio in cui ben più passeggeri avrebbero fatto bene a imbarcarsi per tempo.