Park Jiha

Philos

2018 (Mirrorball/Glitterbeat) | classica coreana, post-minimalismo

Philos, l'amore fraterno secondo gli antichi greci, quella profonda sensazione di calore, fiducia e intesa che si sviluppa tra due persone, senza sfociare nella comunione erotica. L'amore platonico per eccellenza, quell'unione tra anime che si tramuta nella più solida delle amicizie, che neanche il tempo riesce a scalfire. Non esita a ribadire sin dal titolo la natura emotiva della propria musica, Park Jiha, ad accoglierci anima e corpo nel suo rincuorante universo espressivo, da lei stessa definito come la testimonianza del proprio amore per lo spazio, il tempo e il suono. È un'esplicitazione che potrebbe risultare fin troppo generica, valida per tanti altri progetti dal simile taglio evocativo: basta poco per rendersi conto di quanto la descrizione fornita dalla compositrice coreana centri perfettamente il punto, e rilevi le peculiarità di uno spazio sonoro senza eguali.

Realizzato in piena autonomia, il secondo album di Park approfondisce le eccellenti qualità esecutive della musicista, nonché l'eccezionale conoscenza della tradizione musicale del proprio paese, ancora una volta messa al centro del processo creativo grazie al consistente impiego di strumenti e modalità realizzative appartenenti alla consetudine cortigiana (quando non popolare) della penisola asiatica. Piri (strumento a fiato di bambù a doppia canna), saengwhang (organo a bocca) e yanggeum (strumento a corda affine al dulcimer occidentale) diventano i protagonisti di un affascinante incrocio tra linguaggi e mondi, un'intersezione tra spirito e mondanità, passato e presente che avvolge e supporta, proprio come l'amore fraterno incarnato dallo stesso titolo. Anche a trarre le mosse da altri ambiti, l'esperienza complessiva del disco si tramuta in una delle più incantevoli evasioni ambient degli ultimi anni.

Rispetto alla densità di “Communion”, che si avvaleva anche del contributo esecutivo di svariati musicisti, le narrazioni minimaliste di “Philos” prediligono un approccio più spoglio e intimo, dettato dall'impiego massimo di tre strumenti per traccia, per una manciata di tessuti sonori che fa di variabilità e asciuttezza i propri cardini espressivi. Nel porsi simili limitazioni, Park non ne esce affatto sconfitta, semmai mette in piazza la forza della propria prodezza compositiva, tale da poter sostenere le sfumature timbriche di testi poetici (l'accalorata recitazione di “Easy”), perdersi nell'incanto urbano di Seoul (le volute romantiche di yanggeum nelle registrazioni della capitale in “Walker: In Seoul”), racciare il suono della memoria, attraverso melodie di seta e lievi tinteggiature vocali (“When I Think Of Her”). Con fragorose simulazioni di eventi atmosferici (i temporali agostani evocati in “Thunder Shower”) e placide armonie paniche (“On Water”), si profila un quadro complessivo di grande vigore lirico, tale da superare la provenienza degli elementi di partenza.

In fuga dalle rievocazioni di tempi andati, piuttosto desiderosa di dare nuovo slancio a paradigmi antichi (si ascolti a tal proposito anche l'ottimo “Onda” dei connazionali Jambinai), Park Jiha imbastisce un confortevole rifugio nel quale rintanarsi e dimenticare, e perché no, lasciarsi cullare anche da una soffusa malinconia. Pura bellezza.

(31/08/2019)

  • Tracklist
  1. Arrival
  2. Thunder Shower
  3. Easy
  4. Pause
  5. Philos
  6. Walker: In Seoul
  7. When I Think Of Her
  8. On Water




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