Ringo Shiina

Sandokushi

2019 (EMI) | jazz-pop, art-pop-rock

Da una come Ringo Shiina puoi aspettarti qualsiasi cosa, come ad esempio incentrare il suo ultimo album su uno dei concetti fondanti della dottrina buddhista (i tre veleni, le passioni della mente attraverso cui gli individui pongono le premesse per l'insorgenza del dolore, rimanendo intrappolati nel samsara), e presentarlo attraverso una kitschissima copertina in cui la musicista giapponese si immagina centauro combattente, armato della propria chitarra elettrica.
A sbandate di questo tipo l'eclettica rockstar ha abituato lungo tutto il corso della propria carriera, e si può scommettere che quelle di “Sandokushi” non saranno di certo le ultime. Album-pastiche, più raccolta di brani precedentemente pubblicati che vero disco di inediti (solo tre), il sesto full-length dell'instancabile cantautrice è raccolta schizoide, una riflessione delirante dai risvolti quasi filosofici, che assume un tono collettivo, grazie al lussuoso parterre di ospiti e alla natura totalizzante degli arrangiamenti. Un ritorno in pista su buoni livelli? Non propriamente, ma la strada indicata sembra essere quella giusta.

Per quanto già “Hi Izuru Tokoro”, prima battuta di arresto per un percorso solista altrimenti immacolato, avesse esacerbato l'attitudine al mélange stilistico ripercorrendo a ritroso la corrente della sua lunga carriera, in quest'ultimo album il discorso risulta indubbiamente più nitido, netto, affrontato attraverso esecuzioni decise e arrangiamenti avvincenti, che sanno come costruire trame sonore stuzzicanti. In questo senso, l'intervento dei molteplici ospiti (tutti uomini e tutti a comparire nelle tracce pari) dona una verve che nella precedente prova finiva in un'euforia senza controllo.
Se è vero che ancora il ripristino di quella scrittura pungente e affilata che ha consegnato due capolavori assoluti quali “Shouso Strip” e “Karuki Zamen Kuri No Hana” è ancora lontanissimo, nondimeno questa Ringo Shiina più matura ed esperta sa trarre il meglio dai suoi invitati, e sfruttare il suo peculiare mix jazz-electro-noise-pop con maggiore acume.

Tra nuove avances verso quello swing sempre adorato ma mai effettivamente assorbito (“Kemono yuku hosomichi”, il cocktail-jazz di “Menukidori”), momenti di maggiore irriverenza sonica (i 70's poliziotteschi à-la Kinoco Hotel di “Kamisama, hotokesama”, gli spiritosi francesismi, con tanto di arpe giocherellone, di “Ma chérie”), stralunate piroette electro (l'Ebm dei tempi andati, virata di getto in drum'n'bass, di “Kakeochisha”, assieme al leggendario Atsushi Sakurai dei Buck-Tick) parlano di una musicista che ha ancora piena cognizione del suo grande talento ricombinatorio, e che qui lo usa con maggiore armonia, senza distorte esagerazioni.

Indubbiamente, le melodie mancano spesso di incisività o peggio, di completezza, e a volte le appassionate interpretazioni cercano di coprire i difetti di una penna troppo esile per abitare realmente gli spazi in cui si trova. Nondimeno il maggiore equilibrio tra le parti, il più divertito cambio di testimone tra i diversi brani fanno quantomeno drizzare le antenne, lasciando intravedere qualche rischiaramento sull'orizzonte. E se il tango corale (!) di “Anoyo no mon” fosse il preludio di questa nuova giornata di sole?

(02/10/2019)

  • Tracklist
  1. Niwatori to hebi to buta
  2. Kemono yuku hosomichi (ft. Hiroji Miyamoto)
  3. Ma chérie
  4. Kakeochisha (ft. Atsushi Sakurai)
  5. Donzoko made
  6. Kamisama, hotokesama (ft. Mukai Shutoku)
  7. TOKYO
  8. Nagaku mijikai matsuri (ft. Ukigumo)
  9. Shijou no jinsei
  10. Isogaba maware (ft. Masayumi Hiizumi)
  11. Jiyuudom
  12. Menukidoori (ft. Tortoise Matsumoto)
  13. Anoyo no mon






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