Sei milioni e trecentomila copie nella sola Corea e un altro milioncino abbondante in giro per il mondo. In altri tempi si sarebbe parlato di un buon successo, per altri addirittura di flop (si consideri “Erotica” di
Madonna), ma in un mondo discografico completamente sovvertito, dove è il formato canzone quando non il
sound-bite a dominare, una cifra del genere è per forza di cose strabiliante, il dato di vendita più impattante dell'anno. Lo è a tal punto che il risultato ottenuto da “FML”, il decimo Ep per i SEVENTEEN, nutritissima
boy-band attiva dal 2015, porta il disco a essere il più venduto di tutti i tempi in madrepatria. Con i
BTS e gli EXO che hanno indicato la strada, la globalizzazione del
k-pop e il clima di culto isterico attorno agli
idol ha fatto sì che da anni il sostegno per il proprio gruppo d'elezione diventi un obbligo morale, portando a risultati che vanno superati di uscita in uscita, pena la disapprovazione sociale. La prospettiva sonora? Il balzo di qualità? Sono tutti aspetti che possono tranquillamente passare in sordina, quando il minimo sforzo e il supporto incondizionato dei fan porta a risultati così fenomenali. Dall'alto del suo trionfo, l'Ep qui in esame incarna perfettamente quanto appena espresso.
Non che il gruppo, da sempre auto-gestito e coordinato dagli sforzi congiunti del vocal-leader Woozi e del produttore Bumzu, non abbia variato la formula nel corso del tempo; quanto offerto in “FML” sicuramente non fa eccezione, nell'emergere di una vena
arena-friendly che cerca di riempire gli stadi a cui da qualche tempo i tredici sono abituati. “Super”, prima
top-three per la band nella classifica dei singoli, concretizza il nuovo slancio, un'attitudine bombastica finora soltanto sfiorata, ma che qui si traduce in un'euforia totalizzante, in un doppio-ritornello sicuramente d'impatto, ma un po' vetusto nel calare
drop dubstep e nel tornare alla fugace stagione tropical-house. È un po' il
leit-motiv dell'intero progetto, una maestosità di tratto che impregna anche le
ballad e i momenti più rilassati, sotto la quale però filtrano tutti i cliché associabili al genere.
Indubbiamente motivazionale e piena di speranza, “F*ck My Life” cerca di sovvertire il tono compatito dell'espressione in uno scatto vitale, ma il proposito finisce gambe all'aria con uno spento motivo r&b venato di campioni
chipmunk-soul e incursioni
hip-hop. È materiale troppo abusato, gioca su dinamiche eccessivamente risapute per rappresentare chissà quale differenza; a cura di uno dei tre sotto-gruppi in cui la band si ripartisce (hip-hop,
performance,
vocal team), “I Don't Understand But I Luv U” è la ballata trap-soul d'occorrenza, la parabola di un amore alieno che viaggia su sonnacchiosi
sing-along, appena trascinati dallo scorrere dei
beat.
Leggermente meglio fanno il vivido minimalismo di “Fire” e soprattutto la linearità di una melodia quale “Dust”, tutta dolcezze sintetiche e battiti felpati. Resta però, come in precedenti uscite del gruppo, la sensazione di essere spettatori di un progetto interlocutorio, di una collezione tirata fuori più per consuetudine che per reale esigenza. Certo, il successo dell'operazione smentisce quasi ogni obiezione, resta però da vedere cosa rimarrà di tale sestetto. Con l'undicesimo Ep di prossima uscita, il record di vendite segnato con “FML” rischia di essere nuovamente ritoccato.