Marcus Gilmore non è un nome che oggi necessita di molte presentazioni per i lettori attenti alla scena jazz contemporanea. Nipote di Roy Haynes, uno dei batteristi più influenti del secolo scorso, Gilmore ha costruito la propria carriera tenendo sempre distinti i due piani: da una parte l’eredità tematica e metodologica del proprio lignaggio, dall’altra la ferma determinazione a definire una voce personale nel linguaggio ritmico moderno. Nel corso degli anni ha collaborato poi con figure come Chick Corea, Natalie Cole, Pat Metheny e Cassandra Wilson, e ha sviluppato progetti collaborativi di grande interesse, come il recentissimo "Trio Of Bloom" con Craig Taborn e Nels Cline; ha persino visto alcuni dei suoi contributi raggiungere un pubblico al di fuori della nicchia jazz grazie alla colonna sonora di "Soul" della Pixar. Eppure, è con "Journey To The New: Live At The Village Vanguard" che Gilmore compie un passo decisivo con il suo debutto come leader assoluto di un progetto che porta la sua firma.
Il disco, registrato dal vivo nell’iconico Village Vanguard di New York, un club che ha segnato la storia del jazz attraverso decenni di live imprescindibili (uno su tutti, quello di John Coltrane), offre fin dal titolo un’indicazione di intenzioni: un viaggio verso nuove frontiere sonore, ma radicato in un contesto storico di intensa tradizione. L’apertura affidata a "Voltaire" risulta sorprendente proprio perché, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da un batterista del calibro di Gilmore, non si impone con una batteria aggressiva e dominante: nei primi sette minuti il suo intervento è pressoché assente, lasciando che siano il basso elettrico di Burniss Travis e le linee scolpite di Emmanuel Michael alla chitarra a tessere l’intreccio iniziale. Solo gradualmente le percussioni entrano nel discorso, non per dominare, ma per creare un dialogo sottile con gli altri strumenti, in particolare con l’EWI di Morgan Guerin e il contrabbasso di Rashaan Carter. La batteria, qui come nella successiva “Interlude One”, si distingue per una sofisticazione di tocco e dinamica, più attenta alle micro-variazioni timbriche e alla costruzione di un tessuto ritmico fluido che alla mera esibizione di tecnica.
Nella seconda traccia, effettivamente le percussioni diventano sempre più complesse e ritmate, ma continuano a privilegiare la conversazione con gli altri solisti. È con "Cape Stride" che la dimensione concettuale del leader emerge con maggiore chiarezza. Qui Gilmore prende finalmente lo spazio solista che si era sottilmente negato nelle precedenti tracce, con un assolo che non si limita a brillare per virtuosismo, ma plasma la direzione complessiva del brano. La batteria di Gilmore non esplode in un tripudio di fragore, ma costruisce un discorso ritmico di sorprendente articolazione: variazioni dinamiche, interventi calibrati di grancassa, piatti e tom, e un continuo gioco metrico che alimenta l’interazione con il piano di David Virelles e il fiato elettronico di Guerin. Il risultato è un segmento in cui la batteria guida con sottili cambi di colore e tensione la progressione del pezzo, fino ad aprire la strada a un’espressività collettiva più ampia.
Nelle tracce successive la presenza di Gilmore si ritrae in favore di momenti in cui sono i colleghi a ricevere piena attenzione. In "Hindsight", scritta da Morgan Guerin, e nella cover "Open Handed Reach" di Geri Allen, unico brano non originale sul disco, il leader lascia tutta la scena al dialogo tra il piano di David Virelles e il fiato elettronico di Guerin, mettendo in luce la profondità melodica e l’eleganza timbrica dei suoi compagni di ensemble. In “Interlude Two” Gilmore riemerge con un apporto ritmico misurato, sottilmente percettibile ma funzionale a sostenere il flusso espressivo degli altri strumentisti prima della piena apertura alla title track. “Journey To The New” rappresenta la summa delle intenzioni compositive e strutturali del progetto: oltre quattordici minuti in cui la forma si sviluppa come una progressione drammatica. La traccia prende avvio con un assolo di batteria di grande impatto nei primi minuti, in cui Gilmore costruisce un discorso ritmico autonomo attraverso variazioni dinamiche, contrasti netti e cambi di tempo repentini, orientando l’attenzione dell’ascoltatore prima dell’ingresso graduale dell’intero ensemble. Quando gli altri strumenti si uniscono, il dialogo collettivo espande il materiale iniziale, trasformandolo in un corpo sonoro stratificato, coeso e molto coinvolgente.
Nel complesso, il lavoro del batterista americano è un album assolutamente e fragorosamente interessante: un progetto che avrebbe potuto facilmente scadere nel puro virtuosismo, ma che dimostra invece una visione matura e consapevole. Le scelte interpretative rivelano un artista che non è interessato al mero sfoggio di bravura, ma che sa esattamente quando farsi da parte per favorire l’espressione dei suoi colleghi e quando, al contrario, affermare le proprie "bacchette" con piena intensità. È un disco che piacerà non solo agli appassionati di batteria o di tecnica percussiva, ma a chiunque apprezzi il jazz nella sua forma più ricca, fluida e contemporanea.