Tangenziale massacro dello scheletro rock. Ordine e disciplina, ma con la bava alla bocca. Passione politica come voce degli oppressi, vissuta con ardore espressivo parker-iano (è sua la "Ah-Leu-Ch" del
moniker ; quanto al resto, chiedere agli zapatisti…). Quisquilie, bazzecole. E forse nemmeno vi importa. Eppure, questa è musica che fa male, che vuole convincerci che non siamo nel migliore dei mondi possibili.
Con il terzo disco in tre anni, il combo di Asheville (North Carolina) prosegue la sua ricerca di un suono potente e disgregato, parente prossimo del math-rock, ma con una propensione cacofonica a marcarne deliberatamente lo stacco stilistico. Shane Perlowin (chitarra asciutta, priva di distorsione, in docile riverbero), Derek Poteat (basso in lievitazione, solido, metallico - qualche volta come un cazzotto in mezzo agli occhi) e Sean Dail (batteria nevrotica e propellente) costruiscono miniature di geometrica ferocia, solidamente fondate su una poetica dell'astratto e del possibile ("Remember Rumsfeld At Abu Ghraib"). Miniature attraverso cui scorre la linfa di un'estasi punk, ma algidamente
beefheartiana e con qualche fendente grind-core ("Shell In Ogoniland"). Come un reggimento di soldati dislocato lungo i confini nemici: osservano (poco) e colpiscono (molto). Capaci anche di tornare a casa illesi ed ubriachi. Roba da matti! ("Maybe Orange").
Insomma, la purezza e la follia. La purezza della follia, ma con la nitida consapevolezza dei propri mezzi. Forgiare l'acciaio nel sangue che bolle, sulle note del "New Picnic Time" pereubiano. In un bailamme di spunti e di cambi di marcia, si macina un confronto esplosivo, accumulando e disperdendo, con nonchalance. In "Unfolding" ci sorprendono sottilissime declinazioni surf, mentre in "If, Whenever" si scivola e si annaspa, si corre e ci si ferma a riprender fiato, senza mostrare cedimenti, senza permettere al nemico di poter scorgere negli occhi un briciolo di tensione.
Nella sarabanda di "Sherman's March il trio diffonde ironia sotto forma di contrappunti esagitati. Un brano come "Sometimes There's A Buggy", invece, mostra il lavorio sotterraneo sulle timbriche, la volontà di fare della musica - e per essa - un corto circuito introspettivo. Nella grandeur anarcoide ("Now, Now is Then", "Last Spark From God"), il verbo atonale si fa carne nel breve volgere di pochi attimi. Su cenere ancora calda, la trenodia di "Before The Law" ricama riflessi in un incanto sinistro. Un rimuginare microscopico, manifesto, con sfaccettature macro, nelle scale pericolanti di "I Used To Be Just Like You, But Now I Am Just Like Me".
Anche se la guerra è quasi persa, mai battere la fiacca ("Ho Chi Minh Is Gonna Win!") e magari disputarsi il campo a suon di assalti jazzy, di dinamiche vorticose ("What Are You Gonna Do?") che posseggono la veemenza ma anche la rassegnazione della saggezza. Una saggezza che raggiunge la sua apoteosi nel lungo congedo di "You Know My Family", dissertazione giocata su chiaroscuri e nuances armoniche, prima di consumarsi dinanzi al bruciare cartavetrato dell'ultima fiammata elettrica.
Non sarà il migliore dei mondi possibili, ma finché c'è musica come questa, chi se ne frega!