Nuovo entusiasmante esempio di esportazione dell’
indie made in Italy (dopo Uzeda, Raw Power,
Jennifer Gentle etc.); stavolta tocca a Miss Violetta Beauregarde (nata in Svizzera ma residente in Italia) e al suo nostrano pionierismo del suono e dell’estetica
hard-vintage . Già accattivante
suicide girl , Violetta inizia la sua attività in compagnia della sua fida tastiera giocattolo e dei suoi animali (i veri ispiratori del progetto), fino a incappare nell’occasione discografica - offertale dalla scricciola
label bolognese Anemic Dracula - di "Evidentemente non abito a San Francisco" (2004), suo album di debutto. L’indomita
punkette è così chiamata a portare le sue irruente sgolate
electro-core , le sue irrequiete performance, la sua strumentazione elementare (ma che nel frattempo si è arricchita di
sampler e
death maracas ) in giro per il mondo.
Acquisita la giusta visibilità grazie al suo ormai mitico show di Arezzo Wave 2005, la Miss entra in contatto con la Temporary Residence per dare un seguito alla sua prima raccolta di canzoni-pallottola. Il risultato è un album, "Odi Profanum Vulgus Et Arceo", in buona parte analogo al precedente: sedici tracce, venti minuti scarsi di durata, estetica sesso-femminista roboante. Il contenuto - indicizzato da titoli di traccia degni dello
Stevens di "
Illinois" (
cfr. ) - ha però una qualche forma di professionalità, finanche di musicalità, in più. Si veda, in questo, la cassa
rotterdam e le alchimie da Cibo Matto dell’
ouverture di "Flanger When You Die", o il numero industriale di "How To Use A Good Idea", o la brevissima linea melodica schiantata da mareggiate di suono analogico di "Albanian On Radar".
A prescindere da questi prodigi di produzione, Violetta ha dalla sua parte una carica esplosiva tale da personalizzare il suo
dictat hardcore. "The Man Who Shot At The Squirrels" è
speed-core concitatissimo, ma sgretolato in mille rivoli atonali, "Amelie Free Youth" è un coacervo di frustate hip-hop Cypress Hill, strilli e grida straziate, distorsioni a iosa (e pure un
divertissment-noise in chiusa), e "I'm Wolverine" è puro
goa-punk Alec Empire-iano con
beat spezzato e sgolate da malata mentale. Il
breakbeat grintoso di "We Had A Riot" e, sulla falsariga, "I Can't Believe" (in cui il collante è proprio la voce di Violetta, una specie di Kathleen Hanna nel mezzo di una crisi di nervi), fanno vagamente tirare un sospiro dopo tanta violenza.
"The Umbearable Lightness" è addirittura macchiettismo
foxcore non distante dalla collega
Tying Tiffany, ma con il tempuscolo hardcore da Kevin Blechdom di "Indie Bad, Gabber Good", le Raincoats nel frullatore analogico di "I'm The Tiennamen Square Guy", la ripetitiva danza moderna di "Welcome To The Land Of Quality Snare" e il
drill’n’bass eretico dei
Teenage Jesus di "Adolf Hitler's Emotional Side", il disco torna a mostrare i denti.
Primo (supremo) esempio, le Shaggs (1969). Secondo, Miss Violetta (2006). Eresia per eresia, ci si deve accontentare di quello che viene. E cioè: l’elettronica non è che un mezzo (uno dei tanti a disposizione di questa artigiana dell’impatto sonico) con cui esternare sindromi pre-mestruali, divertimenti fini a sé stessi, godibilità poverella ma da cui suggere l’intera polpa. Riassuntino sconclusionato e confusionario di una qualche via afferente al baccano fai da te, anche se la produzione nuova di zecca fa di tutto per dimostrare il contrario. Ci saremmo aspettati un contratto con il giro Chicks On Speed, ma così va anche meglio. Il titolo (doppia citazione di Orazio e del "Satyricon" di Petronio), guarda un po’, recita così: "Odio e rifuggo gli ignoranti".