Those Lone Vamps - Sketches

2007 (Setola di Maiale)
avant folk-blues

E’ con un velo di malinconia che mi accingo a parlare dei Those Lone Vamps. Si, perché appena qualche giorno fa ho ricevuto una mail in due righe di Bruno Clocchiatti che mi annunciava dello scioglimento del progetto, per mancanza di tempo e di riscontri concreti. Purtroppo.
A questo punto non mi resta che decantarne le (meritate) lodi, sperando, magari, in un colpo di reni improvviso. Per chi non li conoscesse, i Those Lone Vamps erano (mi viene di parlarne al passato ormai) un combo friulano, in pista da circa 8 anni, formato dai polistrumentisti Vincent Omar Trevisan e Bruno Clocchiati. Genere? Inspiegabile, inafferrabile, incomprensibile.

Ecco, a spanne mi viene da definirli come combo di avant folk-blues con inserti elettronici, e una sensibilità post-moderna (brutta parola, ma è per capirci) che riusciva a far convivere visioni metropolitane - abbastanza sgranate e amarognole, in verità - con atmosfere più spiccatamente rurali.
"Sketches", poi,  è un disco da culto istantaneo. Sommerso, immerso, perverso. E’ come un carcinoma virulento che ti cresce dentro in modo subdolo, senza causarti dolore. Perché parliamo di dodici pezzi, condensati in una decina di minuti circa (sì, avete capito bene). Dodici sketch, per l’appunto, che traducono sensazioni intense, violente a tratti, in un formato insolito per chi fa del songwriting elemento basico della propria formula espressiva  

Ermetismo al servizio della passione. Sembra essere una contraddizione, eppure i Those Lone Vamps vi riescono benissimo, basta ascoltarsi i collassi nervosi della splendida “Coalship”, o i grugniti beefheartiani in salsa elettro(e)acustica di “Lucinda”. O ancora i 42 secondi (e dico 42) di lamenti in levare pianistico di “Lustres”. Volano via in un soffio, eppure sembrano durare il tempo di una vita.
E’ proprio l’incompiutezza a rendere “Sketches” così peculiare. Il fascino dell’immagine che inizia a sfumare quando pare essere finalmente a fuoco. Il lasciar intendere senza spiegare. Quasi un impeto erotico-voyeuristico troncato appena prima di tramutarsi in malattia mentale.
Ma soprattutto una musica che sa farsi corpo e spirito, putrescente e salvifica al contempo, e che riesce a donare serenità nonostante un caracollare dubbioso tra redenzione e dannazione.

P.S. I ragazzi hanno licenziato un altro lavoro, "Standards", che pare essere sugli stessi livelli qualitativi di "Sketches".

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